Situazione internazionale sulla legalizzazione della cannabis

Situazione internazionale sulla legalizzazione della cannabis

La canapa indiana, detta più comunemente cannabis o marijuana, è una pianta che è stata ampiamente bistrattata nel corso dei decenni. Vediamo in questo articolo qual è la situazione nei vari Paesi del Mondo.

Nonostante nel nostro Paese non ci sia la possibilità di coltivare o di consumare marijuana, esistono numerosi blog che riguardano la ganja, i suoi usi e le sue applicazioni al di là dell’uso ludico. Ganja in particolare è il nome hindi con cui vengono definite le infiorescenze della pianta femmina di canapa. Vi raccomandiamo la lettura di questo sito perché è veramente molto interessante.

Australia

Prima degli anni’70, le sanzioni penali per la coltivazione e il possesso di cannabis erano abbastanza pesanti. Da allora, molti stati hanno diminuito le sanzioni riguardo l’utilizzo e i piccoli quantitativi di cannabis. Nel 1987 l’Australia del Sud e nel 1992 il Territorio Capitale dell’Australia decisero che una persona pizzicata a compiere un reato minore collegato alla cannabis dovesse rispondere a una chiamata di espiazione sul posto o pagare una multa.
Se la multa viene pagata entro i termini previsti, la persona non dovrà presentarsi dinnanzi a nessuna corte e non avrà condanne a suo carico. Dall’altra parte, se la persona non risponde alla chiamata di espiazione seguirà un normale processo. Il Territorio del Nord, Victoria e l’Australia dell’Ovest, hanno fatto altrettanto, adottando il sistema “dell’ammonimento” nei casi del possesso di piccoli quantitativi di marijuana.
La tendenza giuridica verso l’abbassamento delle sanzioni penali per questo genere di reati, possesso ed uso personale, è stata accompagnata da punizioni più severe contro la vendita e gli approvvigionamenti commerciali di cannabis.

Canada

Nonostante gli sforzi persistenti, anche se modesti, di riformare le proprie leggi sulla marijuana ispirate al Le Dain Commission Report, il Canada ha largamente matenuto il proprio Federal Narcotic Control Act del 1961. Questa legge, che stabilisce sei trasgressioni di base – semplice possesso, traffico, possesso finalizzato al traffico, coltivazione d’oppio o di cannabis, import o export di droghe, ricetta per l’aquisto – non compie un’operazione esplicita di differenziazione tra le droghe.
Il primo reato, di semplice possesso, è punibile con una multa di 1000 dollari e con sei mesi di reclusione. Su accusa, un trasgressore è soggetto a un massimo di sette anni di prigione. Tuttavia, il Canada, con il suo Criminal Law Amendment Act del 1972, ha dato ai giudici la discrezione di disporre un regime di semilibertà o anche di assolvere gli accusati di possesso. Raramente i reati di possesso vengono processati su accusa. A Vancouver la polizia ha annunciato che perseguirà le persone in possesso di piccoli quantitativi solamente in presenza di fattori aggravanti.
Come risultato, un cannabis club, il Cannabis Cafe, è emerso come fornitore commerciale dominante della sostanza. Più recentemente, dopo molti processi contro il governo da parte di individui in cerca del diritto di utilizzare legalmente la marijuana per scopi terapeutici, l’Health Canada, il dipartimento incaricato di regolamentare tutte le droghe e i farmaci, ha detto che approverà l’uso medicinale della sostanza analizzando ogni singolo caso.

Germania

La legge sui narcotici (Betaubungsmittelgesetz, BtMG) proibisce l’importazione, l’esportazione, la crescita, la lavorazione e il possesso della cannabis. Ci sono alcuni esempi espliciti che evidenziano la coltivazione di cannabis come agente favorevole alla crescita della barbabietola, facendo però in modo che le piante siano rimosse prima di fiorire. Nonostante l’effettivo divieto di possesso, la Corte Costituzionale Tedesca (Verfassungsgericht), il 9 marzo 1994 ha dichiarato che la flessibilità della legge permette di imporre sanzioni nominali o di non imporle affatto nei casi di uso e possesso personali. Sebbene la legge sia stata male interpretata come decriminalizzante o legalizzante il possesso di marijuana, incoraggia in realtà la costituzionalità della corrente politica proibizionista. Come risultato, la perseguibilità del possesso di marijuana cambia a seconda degli stati. Per esempio, mentre nel Schleswig-Holstein le accuse di possesso di meno di 30 grammi di cannabis sono cessate, in Thuringen queste accuse sono raramente abbandonate, non importa in quanto consista la quantità della sostanza.

Olanda

Nel 1976, in risposta al crescente utilizzo di droghe da parte dei giovani, l’Olanda modificò l’Opium Act del 1919, la prima legge in materia di controllo di sostanze illecite. Questa legge distingue le droghe in base ai livelli di rischio. Eroina, cocaina e LSD, “droghe pesanti“, sono trattate in maniera diversa rispetto alle “droghe leggere”, marijuana e hashish. L’utilizzo di cannabis è sempre reato ma non è più soggetto a sanzioni penali, così come la vendita fino a 30 grammi. La cessione, il possesso e la coltivazione fino a 30 grammi di cannabis sono considerate come attività che non possono essere “perseguite, controllate o arrestate”. Nonostante ci siano stati molti tentativi di differenti sistemi di approvigionamento, i “coffee shop” olandesi si sono affermati come fornitori pubblici n°1. Oggi ne esistono circa 1.500 in tutta l’Olanda. Insieme alla crescita del sistema dei coffee shop c’è stata un’esplosione virtuale di coltivatori indigeni di cannabis.
Oggi esistono 150 “grow shops” in Olanda, che forniscono semi ai coffee shop e li esportano, insieme a lampade, fertilizzanti, pubblicazioni, nel resto del mondo.

Italia

Nel 1992 un referendum per depenalizzare l’utilizzo personale delle sostanze e sulla libertà di cura per i tossicodipendenti è passato con il 52% di voti favorevoli. Come risultato, l’uso e il possesso personali non sono soggetti a sanzioni penali ma amministrative, ad esempio la sospensione della patente di guida. La crescita, la vendita e la distribuzione di cannabis rimangono reati criminali. Come recita l’articolo del 28 aprile di un noto giornale milanese, il governo italiano intende decriminalizzare l’utilizzo e il possesso di gruppo della cannabis finchè la droga non è venduta ma consumata da tutti.
La decriminalizzazione del possesso di cannabis non è nuova in Italia.
Recentemente, il partito radicale ha presentato alla camera dei deputati una proposta di legalizzazione della cannabis. Il comitato sulla giustizia e quello degli affari sociali discuterà la proposta, firmata da 50.000 cittadini (non certo da noi).

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Spagna

Per tutelare i diritti di privacy degli individui, la politica sulle droghe è ristretta alla sfera pubblica. Il possesso personale di cannabis e derivati, legalmente stabilito entro 50 grammi, non è soggetto a sanzioni penali. Lo è a sanzioni amministrative (multe da 500 a 5000 dollari). Il possesso di quantità che superano 50 grammi è considerato reato contro la salute pubblica e può determinare sia una multa che la detenzione. Il gruppo di Barcellona ARSEC (Associazione Per Lo Studio Della Cannabis) ha avuto un processo per promuovere la depenalizzazione del possesso di gruppo. Nel 1993 l’ARSEC ha formato una cooperativa informale sulla cannabis, crescendo circa 200 piante, in cui ogni partecipante si assumeva singolarmente le proprie responsabilità.
La cooperativa subì un blitz e 4 dei maggiori responsabili dell’ARSEC vennero arrestati con l’accusa di “attentato alla salute pubblica”.

Inghilterra

Il Misuse of Drugs Act del 1971 (MDA) e il Medicines Act (MDA) del 1968 sono due della parti più importanti dell’impianto legislativo inglese in materia di droghe. L’MA tende a occuparsi di droghe usate come medicine o per fini terapeutici: ha comunque un ruolo nel controllo di alcuni usi ricreativi delle droghe. L’MDA sottolinea alcune droghe come “droghe controllate” e le divide in 3 classi, A, B e C, classificandole in base alla loro “dannosità”. Nella classe A ci sono gli oppiacei, la cocaina e droghe da estasi, nella classe B la cannabis e le amfetamine, nella classe C i tranquillanti.
L’MDA sancisce sei trasgressioni basilari. Possesso, spesso descritto come “semplice possesso”, e poi cinque reati connessi al traffico: possesso con intenzione di accumulazione; accumulazione; produzione; coltivazione di cannabis e importazione ed esportazione delle droghe controllate. Ci sono molti altri reati collegati.
E’ molto inusuale essere imprigionati per il semplice possesso, a meno che non si tratti di quantità ingenti. Di solito il semplice possesso si traduce in una multa o, se si tratta del primo reato, in un ammonimento. Per ogni tipo di reato connesso al traffico, esiste una concreta possibilità di finire in prigione, anche se si tratta di una scorta domestica.
La definzione di scorta è ampiamente formulata, e include la divisione e redistribuzione delle droghe tra amici. La quantità di droghe che una persona detiene è molto importante. Non esiste una quantità predefinita, ma in caso di quantità considerevole la polizia cercherà di convincere la corte che questa evidenzia l’intenzione di farsi una scorta. Per quanto riguarda l’accumulazione a fini commerciali di droghe della classe A, si va da una pena minima di 3 anni fino all’ergastolo.
C’è una vasta gamma di differenti applicazioni della legge in tutto il territorio imglese. Le politiche locali della polizia, l’età dei rei, l’appartenenza etnica, l’aspetto esteriore e lo stile di vita hanno tutti influenza sul modo in cui il caso viene trattato.

Stati Uniti d’America

Nel 1970 gli USA approvarono la Comprehensive Drug Abuse Prevention and Control Act, inserendo in un unico contesto tutte le sostanze controllate. La Marijuana venne classificata nella 1°categoria, insieme con l’LSD e l’eroina, sostanze cioè considerate avere un alto potenziale di abuso; non viene accettato l’utilizzo medico anche se prescritta da un medico.
Il semplice possesso delle sostanze proibite è un reato minore, le cui sanzioni sono molto più leggere rispetto a quelle per reati di vendita.
Le sanzioni penali per il possesso spesso però sono considerevoli. Per la legge federale, un primo reato è passibile di minimo un anno di reclusione e di una multa tra i 500 e i 1000 dollari, mentre nell’Arkansas il possesso della stessa quantità è punibile con minimo un anno di reclusione e una multa di minimo 1000 dollari. Nel 1973, l’Oregon diventò il primo stato ad optare per sanzioni amministrative per il possesso personale di piccole dosi di cannabis. Altri dieci stati seguirono l’esempio dell’Oregon nel corso degli anni’70, introducendo la possibilità di punire con sanzioni amministrative il semplice possesso. Dalla fine degli anni’70 l’uso della marijuana per scopi medici è emerso come motivo principale nella riforma della politica in materia di droghe. Tra il 1978 e il 1982, 32 stati hanno approvato leggi che riconoscono i benefici terapeutici della droga e cercano di renderla disponibile sotto ricetta.
In risposta alla crescente pratica di coltivazione di cannabis per uso medico il governo ha creato un programma attraverso l’Investigative New Drug (IND) di “Compassionate Use”, che permette ai dottori di fornire marijuana ai pazienti su di una base sperimentale, senza la prassi dei controlli. Dopo aver concesso 34 IND, il programma venne chiuso ufficialmente nel 1992. Come risultato del programma, otto pazienti continuarono a ricevere marijuana come medicinale, ma nessun nuovo paziente fu accettato. Nei primi anni’90, i “club dei consumatori di cannabis” emersero alla grande fornendo marijuana a chi ne aveva bisogno. Con l’approvazione della proposta 215 in California, il Compassionate Use Act, nel novembre 1996, i clubs dei consumatori iniziarono legittimamente a fornire il farmaco-marijuana.
Comunque, il governo federale cerca continuamente di chiudere questi clubs.
A Oakland, il consiglio cittadino ha finalmente ostacolato la volontà del governo di chiudere i clubs, emettendo un’ordinanza che permette al sindaco di designare e dare licenza ad uno o più “uffici” cittadini autorizzati alla distribuzione di cannabis. Quest’ordinanza, che fa affidamento sulla sezione riguardo l’immunità della Comprehensive Drug Abuse Prevention and Control Act, potrebbe essere da esempio e modello per futuri sforzi tesi alla distribuzione di cannabis.
Nel Novembre 2008, gli elettori di Alaska, Arizona, Colorado, Nevada, Oregon e Washington si sono trovati a votare per una proposta simile alla 215, la possibilità cioè di fornire legalmente marijuana come farmaco ai pazienti. Un referendum popolare del 2012, in USA, ha legalizzato la marijuana a fini ricreativi negli stati di Colorado e Washington.

La legge e la prassi in relazione alle droghe, in particolare la cannabis, sono soggette a considerevoli fluttuazioni. Ne abbiamo trattate solo alcune in questa lista, ma per una visione più completa vi indirizziamo a questo articolo dei Radicali.

Perché la diplomazia vaticana crede in una nuova Onu

Perché la diplomazia vaticana crede in una nuova Onu

Che l’Onu, erede della vecchia e sfortunata Società delle Nazioni, sia da riformare, è sotto gli occhi di tutti. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che, ricordo, Francesco Cossiga riteneva un “ente inutile“, è formato da cinque membri permanenti (Usa, Russia, Francia, Regno Unito e Cina) e da dieci membri non permanenti, per aree geografiche e eletti per due anni, non immediatamente rieleggibili. Si tratta di tre seggi per l’Africa, due per l’Asia, due per l’Occidente, uno per l’area est-europea e due per l’America Latina. Nel lungo dibattito che, fin dal 1963, ha riguardato la questione della struttura del Consiglio di Sicurezza, il Cardinale  Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha detto una parola chiara e importante.

L’importanza di una nuova Onu

C’è l’idea, che certamente Parolin riprende e rielabora, di una linea di maggiore rappresentatività, che non si impone semplicemente ai “grandi della terra”, ma è un portato delle trasformazioni geopolitiche in atto. Come facciamo a ridefinire un’Africa intesa come un tutto, mentre, per esempio, il Sudafrica si manifesta come potenza regionale fino al centro del Continente Nero, il Regno alawita del Marocco emerge come potenza regionale maghrebina fino all’Atlantico, l’Egitto diviene un player centrale in Medio Oriente, attraverso il Sinai e Israele, come stiamo vedendo in questi giorni, gioca da solo e ha una geopolitica diversa dal suo tradizionale alleato, gli Usa? Qui non si tratta, come infatti afferma il Cardinale  Parolin, di “allargare l’Onu”, ma di renderla più efficace e adatta alla nuova configurazione delle tensioni dopo la “guerra fredda”.
La Cina è entrata nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu fin dalla sua formazione, nel 1945. Nel 1949, la vittoria della “Lunga Marcia” di Mao, messa in atto spesso dal Grande Timoniere contro i voleri del partito, fa passare le attribuzioni internazionali della vecchia Repubblica cinese alla struttura statale nata dalla straordinaria intuizione di Mao e del suo gruppo dirigente. Chiaro il senso: per l’Urss era un partito “fratello”, e lo sarà ancora per poco, per gli Usa era un modo di evitare la guerra in Asia, per Francia e Gran Bretagna la Cina era, molto probabilmente, una pedina da giocare già contro l’Urss. Oggi, tutto è cambiato, anche il peso specifico del Regno Unito e della Francia, che non sono più quelle nazioni, rispettivamente, del Piano “Unthinkable” contro i sovietici e la creazione del tridente gollista e nucleare “tous azimuts”.  I comunisti francesi votarono a favore dell’uscita di Parigi dal Comitato politico ristretto Nato, non comprendendo che si aggiungeva una variabile pericolosa al calcolo nucleare dei loro “compagni” sovietici.
Ecco, il Cardinal  Parolin sa benissimo, da uomo esperto  di relazioni internazionali quale é, che tutto questo mondo è finito, irrimediabilmente finito e, se manteniamo questa conformazione dell’Onu, collaboriamo alla sua ingloriosa fine. Che non serve a nessuno, malgrado le costanti polemiche contro l’Organismo di New York. Mai come oggi è infatti necessario un intermediario globale e credibile per dirimere le tensioni internazionali.

I punti fermi dei Cardinali

Monsignor pensa ad alcuni nuovi punti fermi: c’è oggi infatti una freddezza, pericolosa, aggiungiamo noi, rispetto alle crisi internazionali. L’esempio della Siria ci induce a pensare che, senza una nuova Onu, queste tensioni, spesso ferocissime, si incancreniscano. E quindi, secondo Parolin, divengano tensioni regionali senza nessun nuovo player di area capace o legittimato ad intervenire.
L’Onu della guerra fredda non può più funzionare. La pace, teologicamente, è non solo assenza della guerra, ma condizione di collaborazione fraterna tra i popoli e di comunicazione con Dio. Senza “Pacem in Terris”, o le linee innovative di Giovanni XXIII, con le  encicliche ricordate spesso dal Cardinale, non vi è il “contatto” tra Cielo e Terra che presuppone l’efficacia della grazia e della sua opera nella storia degli uomini. Il Cardinale lo fa notare riferendosi a Papa Francesco, che parla della Pace come della parola che giunge dalle schiere angeliche nella notte in cui nasce il Redentore.
Dono di Dio e responsabilità degli uomini, ecco cos’è la pace, e nulla, oggi è, più necessario di essa. Anche, ci sembra di capire dal Cardinale Parolin, si deve qui parlare della pace geoeconomica, finanziaria, tecnologica, produttiva perchè oggi, lo sa bene il nostro Cardinale, le guerre si fanno in tanti modi e tutti, salvo quelli tradizionali, invisibili. E, lo ricordiamo noi insieme al Cardinale Parolin, la Chiesa cattolica è una straordinaria presenza diplomatica, con 179 Stati, più l’Unione europea e l’Autorità nazionale palestinese. Bene, leggiamo tra le righe del Cardinale: chi è più significativo nel quadrante globale, il Vaticano o una media potenza, magari armata fino ai denti?
Ecco, dovremo pensare, e certamente il nostro Cardinale lo sta facendo da molto tempo, ad un Onu che rispecchia non i semplici Stati, piccoli o grandi che siano, ma le grandi potenze culturali e simboliche, le strutture internazionali che sopravvivono fin da quando quei 179 Paesi non esistevano, nemmeno “in mente Dei”.
Il diritto internazionale umanitario, come nota il Cardinale Parolin, è un’evoluzione naturale dello “ius ad bellum”, non è legato a valutazioni solo umanitarie del contrasto tra gli Stati, ma ha profonde radici nella storia giuridica che permea i diritti nazionali. E quindi si tratta di dotare l’Onu di strumenti operativi efficaci per queste nuove destabilizzazioni in atto, che nessuno vuole oggi controllare sul serio. Si veda ancora la questione, tragica, della Siria.
Le “coalitions of the willing” e le azioni solamente “umanitarie” post factum delle Nazioni Unite devono lasciare il porto a strutture Onu agili, ma pensate per evitare il conflitto e per chiuderlo non in una area regionale, come oggi, ma in un contesto semplicemente locale, prima che l’incendio si appicchi altrove, e oggi c’è tanta legna secca da ardere.

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L’Onu si doti di una struttura militare più ampia ed efficace

Penso qui, aggiungendo il mio pensiero a quello del Cardinale, che l’Onu si dovrebbe dotare di una struttura militare più ampia e efficace, con delle regole di ingaggio effettive, per passare dal “peacekeeping” e dal “peacenforcing”  ad una presenza credibile nei territori, credibile e quindi efficacemente  dissuasiva.
Nella linee che la comunità internazionale ha trovato per limitare gli armamenti e gli interventi armati, il diritto internazionale ha indicato  due criteri: l’“intervento umanitario” e il “diritto a proteggere”. Ma, aggiungiamo noi, se l’Onu rimarrà quella che è oggi, il Consiglio di Sicurezza potrebbe avere tutto l’interesse ad operare tardi, male, senza riconoscere l’aggressore dall’aggredito e, soprattutto, senza una linea strategica che vada oltre il momento del bisogno e dello scontro violento e visibile.
“Andare oltre” per salvare l’Onu è la linea della Chiesa cattolica
Occorre andare oltre e la Chiesa di Papa Francesco, e del Cardinale Parolin, vede giustamente nell’Organizzazione delle Nazioni Unite lo strumento per la riaffermazione, finalmente efficace, del diritto internazionale, che deve essere, siamo sicuri di leggere bene nei testi del Cardinale, non solo “post festum” ma anche preventivo. E non solo legato alle “grida manzoniane” di qualche entità globale. Perchè, se si accetta che l’Onu decada, allora entreranno nell’agone internazionale entità spesso pericolose, ma suadenti, adatte all’ideologia di massa attuale, e sarà quasi impossibile riportare la comunità internazionale, in modo non solo figurato, sulla “retta via”.

La cultura che favorisce la disgregazione globale

Un dato culturale poi ci trova, inevitabilmente, e non solo in quanto credenti, assolutamente d’accordo: c’è una cultura che favorisce la disgregazione globale, e il Cardinale Parolin la definisce con assoluta chiarezza: l’economia dell’esclusione, la cultura dello scarto, la cultura della morte. È la cultura di massa e la diffusione di modi di vita più o meno pericolosi che è oggi il nuovo terreno di lotta della comunità internazionale, senza peraltro dimenticare le vecchie guerre locali. Pensate se una “teologia”, si fa per dire, si proponesse di affermare l’assoluta legittimità internazionale di alcuni usi e costumi locali. Bene. Si accetterebbe l’incesto, l’assassinio rituale, la guerra continua contro il nemico (e questo è il caso del jihad) o l’eliminazione fisica dei malati e degli anziani. Il culturalismo spinto porterebbe anche a questo.

Un’entità globalizzatrice dei valori che fondano l’Occidente

E allora, dice il Cardinale Parolin, rafforzare e riformare un’entità internazionale globalizzatrice ma dei valori che fondano l’Occidente, laico o credente, e le straordinarie tradizioni umanistiche dell’Asia. Senza questo argine, questo paolino “kathécon” che ci protegge dal Male, non c’è salvezza e quindi c’è solo l’hobbesiano e primitivo “bellum omnium contra omnes”. L’economia dell’esclusione è quella, interpretiamo il Cardinale, che crocifigge interi popoli all’esclusione dall’economia produttiva, e dalla giustizia naturale che è anche sociale. La marginalità che diventa anche economia della scarsa sopravvivenza e della povertà materiale, morale, spirituale. È il “nemico di Dio e degli uomini” che si prende intere popolazioni riducendole ad una povera e innaturale vita degli istinti immediati, sempre da soddisfare con rabbia e violenza. La cultura dello scarto è quella che si infligge a tante popolazioni periferiche, che vivono di scarti materiali, ideologici, simbolici, di quel mondo occidentale che, finita la guerra fredda, non ha più interesse a colonizzarli.

L’Occidente e la cultura della morte

Anche l’Occidente e gran parte del mondo conosciuto sono ingabbiati dalla “cultura della morte” che è anche culto della distruzione di sè e degli altri, dell’offesa al proprio corpo, della malattia come salute “superiore”, dell’esaltazione di tutto ciò che, dalla notte dei tempi, è universalmente bollato come negativo, da Nostro Signore Gesù Cristo come da Confucio o dalle tradizioni buddiste o animiste africane. L’universalità del bene e della verità la conoscevano perfettamente  i soldati della Compagnia di Gesù, quando scoprivano, prima di ogni altro, le leggende delle tribù “indiane” del Nordamerica che parlavano di un Figlio sacrificatosi per il bene di tutti o di una Vergine sua madre, o si accorgevano che la parola degli aztechi per identificare l’unico Dio era “Teò”.
La legittimità della Chiesa coma Grande potenza del nuovo ordine mondiale
E dall’universalità dei valori primari e del loro tessuto storico viene la legittimità della Chiesa a parlare non solo come “Stato” presente su di un colle di Roma, ma come Grande potenza del Nuovo ordine mondiale che si sta formando. Gli altri parlano ormai solo di materia, la Chiesa di Cristo deve ancora parlare, a tutti, di quello che davvero conta: lo Spirito e la sua realizzazione nella storia.