L’importante funzione del giornalismo, ieri e oggi

L’importante funzione del giornalismo, ieri e oggi

Leggere è diventato “l’atto rivoluzionario per eccellenza“. Accostarsi a libri e giornali è ormai una prerogativa di pochi eletti, è la qualità – purtroppo sempre più rara – di donne e uomini ancora capaci a “mantenere la concentrazione per più di tre minuti”.
Perorando la causa di una campagna “lettorale”, l’oratore si è poi soffermato sui limiti, sui pregi e sulla indispensabile funzione civile del giornalismo. La stampa, ha sostenuto, non disdegna le menzogne, non di rado “apparecchia la realtà” e tenta di governare l’opinione pubblica a seconda delle convenienze, ma è stata e resta ancora oggi un’importante “fucina di politica”, di una politica intesa nell’accezione più ampia del termine, con le sue meschinità e la sua nobiltà.
Quanto sostenuto da Buttafuoco trova conferma nel ruolo, fondamentale, svolto dal giornalismo nella nostra storia nazionale. Come emerge bene da un significativo volume di Pier Luigi Vercesi – “Ne ammazza più la penna. Storie d’Italia vissute nelle redazioni dei giornali” -, la stampa ha infatti inciso – eccome se ha inciso! – nelle vicende e nelle sorti della Penisola. Storia del giornalismo e storia italiana sono, a ben vedere, innervate l’una all’altra.

Un’interessante discorso sul giornalismo italiano

Nel libro dell’autore, appena uscito per i tipi di Sellerio, vengono passate in rassegna notizie, fatti e aneddoti relativi alla stampa in Italia dalla caduta di Napoleone agli anni Sessanta del Novecento. In un’alternanza di stagioni grandiose e terribili, si avvicendano figure di giornalisti molto differenti fra loro: dall’eroe all’avventuriero; dal patriota al traditore – con casi intermedi, come quello di Ugo Foscolo, che prima dell’esilio si lascia reclutare dagli austriaci per alimentare la propaganda dell’impero -; dall’idealista al corrotto. Dopo la spedizione dei Mille – sostenuta e accompagnata da molti cronisti, a partire da Giulio Cesare Abba e Alexandre Dumas -, la quotidianità italiana viene narrata attraverso pagine coraggiose o servili, entusiasmanti o deprimenti. Narrando scandali (come quello della Banca Romana, un terremoto politico paragonabile a Tangentopoli, “un cataclisma che finì nel nulla”), storie torbide (come la morte di Eva Cattermole, motivo di “duelli all’ultimo pettegolezzo sulle colonne dei giornali”) e vicende inquietanti (come una tenebrosa seduta spiritica di Gabriele D’Annunzio), la stampa italiana cresce in maniera significativa: attorno alla fine dell’Ottocento, solo a Napoli si contavano una cinquantina di quotidiani.

libri
Incline, a seconda dei casi e del momento storico, a destare o a narcotizzare l’opinione pubblica, il giornalismo italiano prese “buchi” clamorosi – la notizia della battaglia di Magenta del 4 giugno 1859 giunse a Torino, via Parigi, la sera del giorno successivo -; si prostrò al potere – non pochi giornalisti erano a libro paga di Giolitti, mentre il quotidiano La Stampa era il megafono della politica dello statista di Dronero -; partorì la caricatura di due diversi tipi umani, destinati ad incarnare il “carattere” nazionale: da un lato Pinocchio, dall’altro lato Gian Burrasca. Il primo è innanzitutto un ingenuo, un sempliciotto vittima dell’autorità – giudici, carabinieri, fate turchine e grilli parlanti -, un burattino che mente ma se ne pente. Il secondo, ideato da Luigi Bertelli – redattore del Giornalino della domenica -, è un bugiardo patologico e un aspirante rivoluzionario, un individuo gaglioffo e virile. È un nichilista e un estremista. È un nemico dell’autorità e crede di avere sempre ragione, come Lenin o come il “caporedattore d’Italia” Benito Mussolini, dittatore con “fedina giornalistica”.
Il giornalismo italiano narrato dall’autore ha inciso sui costumi e sulla politica, ha alimentato la contesa tra interventisti e neutralisti, ha infiammato le piazze, ha compiuto giravolte e trasformismi, ha individuato e contribuito a plasmare differenti modelli umani. E quello di oggi? È un giornalismo molto diverso, costretto a dividersi tra carta e digitale, obbligato a convivere con una molteplicità di media, chiamato a fare i conti con la crisi e con un pubblico che ha difficoltà a “mantenere la concentrazione per più di tre minuti”. Ma la missione resta la stessa, allora come oggi: fornire un’informazione corretta e di qualità; allenare lo spirito critico – riserva aurea di ogni sana democrazia -; educare la Nazione, come scriveva l’economista Luigi Einaudi, dando colore e sapore ad una professione nobile.

Situazione internazionale sulla legalizzazione della cannabis

Situazione internazionale sulla legalizzazione della cannabis

La canapa indiana, detta più comunemente cannabis o marijuana, è una pianta che è stata ampiamente bistrattata nel corso dei decenni. Vediamo in questo articolo qual è la situazione nei vari Paesi del Mondo.

Nonostante nel nostro Paese non ci sia la possibilità di coltivare o di consumare marijuana, esistono numerosi blog che riguardano la ganja, i suoi usi e le sue applicazioni al di là dell’uso ludico. Ganja in particolare è il nome hindi con cui vengono definite le infiorescenze della pianta femmina di canapa. Vi raccomandiamo la lettura di questo sito perché è veramente molto interessante.

Australia

Prima degli anni’70, le sanzioni penali per la coltivazione e il possesso di cannabis erano abbastanza pesanti. Da allora, molti stati hanno diminuito le sanzioni riguardo l’utilizzo e i piccoli quantitativi di cannabis. Nel 1987 l’Australia del Sud e nel 1992 il Territorio Capitale dell’Australia decisero che una persona pizzicata a compiere un reato minore collegato alla cannabis dovesse rispondere a una chiamata di espiazione sul posto o pagare una multa.
Se la multa viene pagata entro i termini previsti, la persona non dovrà presentarsi dinnanzi a nessuna corte e non avrà condanne a suo carico. Dall’altra parte, se la persona non risponde alla chiamata di espiazione seguirà un normale processo. Il Territorio del Nord, Victoria e l’Australia dell’Ovest, hanno fatto altrettanto, adottando il sistema “dell’ammonimento” nei casi del possesso di piccoli quantitativi di marijuana.
La tendenza giuridica verso l’abbassamento delle sanzioni penali per questo genere di reati, possesso ed uso personale, è stata accompagnata da punizioni più severe contro la vendita e gli approvvigionamenti commerciali di cannabis.

Canada

Nonostante gli sforzi persistenti, anche se modesti, di riformare le proprie leggi sulla marijuana ispirate al Le Dain Commission Report, il Canada ha largamente matenuto il proprio Federal Narcotic Control Act del 1961. Questa legge, che stabilisce sei trasgressioni di base – semplice possesso, traffico, possesso finalizzato al traffico, coltivazione d’oppio o di cannabis, import o export di droghe, ricetta per l’aquisto – non compie un’operazione esplicita di differenziazione tra le droghe.
Il primo reato, di semplice possesso, è punibile con una multa di 1000 dollari e con sei mesi di reclusione. Su accusa, un trasgressore è soggetto a un massimo di sette anni di prigione. Tuttavia, il Canada, con il suo Criminal Law Amendment Act del 1972, ha dato ai giudici la discrezione di disporre un regime di semilibertà o anche di assolvere gli accusati di possesso. Raramente i reati di possesso vengono processati su accusa. A Vancouver la polizia ha annunciato che perseguirà le persone in possesso di piccoli quantitativi solamente in presenza di fattori aggravanti.
Come risultato, un cannabis club, il Cannabis Cafe, è emerso come fornitore commerciale dominante della sostanza. Più recentemente, dopo molti processi contro il governo da parte di individui in cerca del diritto di utilizzare legalmente la marijuana per scopi terapeutici, l’Health Canada, il dipartimento incaricato di regolamentare tutte le droghe e i farmaci, ha detto che approverà l’uso medicinale della sostanza analizzando ogni singolo caso.

Germania

La legge sui narcotici (Betaubungsmittelgesetz, BtMG) proibisce l’importazione, l’esportazione, la crescita, la lavorazione e il possesso della cannabis. Ci sono alcuni esempi espliciti che evidenziano la coltivazione di cannabis come agente favorevole alla crescita della barbabietola, facendo però in modo che le piante siano rimosse prima di fiorire. Nonostante l’effettivo divieto di possesso, la Corte Costituzionale Tedesca (Verfassungsgericht), il 9 marzo 1994 ha dichiarato che la flessibilità della legge permette di imporre sanzioni nominali o di non imporle affatto nei casi di uso e possesso personali. Sebbene la legge sia stata male interpretata come decriminalizzante o legalizzante il possesso di marijuana, incoraggia in realtà la costituzionalità della corrente politica proibizionista. Come risultato, la perseguibilità del possesso di marijuana cambia a seconda degli stati. Per esempio, mentre nel Schleswig-Holstein le accuse di possesso di meno di 30 grammi di cannabis sono cessate, in Thuringen queste accuse sono raramente abbandonate, non importa in quanto consista la quantità della sostanza.

Olanda

Nel 1976, in risposta al crescente utilizzo di droghe da parte dei giovani, l’Olanda modificò l’Opium Act del 1919, la prima legge in materia di controllo di sostanze illecite. Questa legge distingue le droghe in base ai livelli di rischio. Eroina, cocaina e LSD, “droghe pesanti“, sono trattate in maniera diversa rispetto alle “droghe leggere”, marijuana e hashish. L’utilizzo di cannabis è sempre reato ma non è più soggetto a sanzioni penali, così come la vendita fino a 30 grammi. La cessione, il possesso e la coltivazione fino a 30 grammi di cannabis sono considerate come attività che non possono essere “perseguite, controllate o arrestate”. Nonostante ci siano stati molti tentativi di differenti sistemi di approvigionamento, i “coffee shop” olandesi si sono affermati come fornitori pubblici n°1. Oggi ne esistono circa 1.500 in tutta l’Olanda. Insieme alla crescita del sistema dei coffee shop c’è stata un’esplosione virtuale di coltivatori indigeni di cannabis.
Oggi esistono 150 “grow shops” in Olanda, che forniscono semi ai coffee shop e li esportano, insieme a lampade, fertilizzanti, pubblicazioni, nel resto del mondo.

Italia

Nel 1992 un referendum per depenalizzare l’utilizzo personale delle sostanze e sulla libertà di cura per i tossicodipendenti è passato con il 52% di voti favorevoli. Come risultato, l’uso e il possesso personali non sono soggetti a sanzioni penali ma amministrative, ad esempio la sospensione della patente di guida. La crescita, la vendita e la distribuzione di cannabis rimangono reati criminali. Come recita l’articolo del 28 aprile di un noto giornale milanese, il governo italiano intende decriminalizzare l’utilizzo e il possesso di gruppo della cannabis finchè la droga non è venduta ma consumata da tutti.
La decriminalizzazione del possesso di cannabis non è nuova in Italia.
Recentemente, il partito radicale ha presentato alla camera dei deputati una proposta di legalizzazione della cannabis. Il comitato sulla giustizia e quello degli affari sociali discuterà la proposta, firmata da 50.000 cittadini (non certo da noi).

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Spagna

Per tutelare i diritti di privacy degli individui, la politica sulle droghe è ristretta alla sfera pubblica. Il possesso personale di cannabis e derivati, legalmente stabilito entro 50 grammi, non è soggetto a sanzioni penali. Lo è a sanzioni amministrative (multe da 500 a 5000 dollari). Il possesso di quantità che superano 50 grammi è considerato reato contro la salute pubblica e può determinare sia una multa che la detenzione. Il gruppo di Barcellona ARSEC (Associazione Per Lo Studio Della Cannabis) ha avuto un processo per promuovere la depenalizzazione del possesso di gruppo. Nel 1993 l’ARSEC ha formato una cooperativa informale sulla cannabis, crescendo circa 200 piante, in cui ogni partecipante si assumeva singolarmente le proprie responsabilità.
La cooperativa subì un blitz e 4 dei maggiori responsabili dell’ARSEC vennero arrestati con l’accusa di “attentato alla salute pubblica”.

Inghilterra

Il Misuse of Drugs Act del 1971 (MDA) e il Medicines Act (MDA) del 1968 sono due della parti più importanti dell’impianto legislativo inglese in materia di droghe. L’MA tende a occuparsi di droghe usate come medicine o per fini terapeutici: ha comunque un ruolo nel controllo di alcuni usi ricreativi delle droghe. L’MDA sottolinea alcune droghe come “droghe controllate” e le divide in 3 classi, A, B e C, classificandole in base alla loro “dannosità”. Nella classe A ci sono gli oppiacei, la cocaina e droghe da estasi, nella classe B la cannabis e le amfetamine, nella classe C i tranquillanti.
L’MDA sancisce sei trasgressioni basilari. Possesso, spesso descritto come “semplice possesso”, e poi cinque reati connessi al traffico: possesso con intenzione di accumulazione; accumulazione; produzione; coltivazione di cannabis e importazione ed esportazione delle droghe controllate. Ci sono molti altri reati collegati.
E’ molto inusuale essere imprigionati per il semplice possesso, a meno che non si tratti di quantità ingenti. Di solito il semplice possesso si traduce in una multa o, se si tratta del primo reato, in un ammonimento. Per ogni tipo di reato connesso al traffico, esiste una concreta possibilità di finire in prigione, anche se si tratta di una scorta domestica.
La definzione di scorta è ampiamente formulata, e include la divisione e redistribuzione delle droghe tra amici. La quantità di droghe che una persona detiene è molto importante. Non esiste una quantità predefinita, ma in caso di quantità considerevole la polizia cercherà di convincere la corte che questa evidenzia l’intenzione di farsi una scorta. Per quanto riguarda l’accumulazione a fini commerciali di droghe della classe A, si va da una pena minima di 3 anni fino all’ergastolo.
C’è una vasta gamma di differenti applicazioni della legge in tutto il territorio imglese. Le politiche locali della polizia, l’età dei rei, l’appartenenza etnica, l’aspetto esteriore e lo stile di vita hanno tutti influenza sul modo in cui il caso viene trattato.

Stati Uniti d’America

Nel 1970 gli USA approvarono la Comprehensive Drug Abuse Prevention and Control Act, inserendo in un unico contesto tutte le sostanze controllate. La Marijuana venne classificata nella 1°categoria, insieme con l’LSD e l’eroina, sostanze cioè considerate avere un alto potenziale di abuso; non viene accettato l’utilizzo medico anche se prescritta da un medico.
Il semplice possesso delle sostanze proibite è un reato minore, le cui sanzioni sono molto più leggere rispetto a quelle per reati di vendita.
Le sanzioni penali per il possesso spesso però sono considerevoli. Per la legge federale, un primo reato è passibile di minimo un anno di reclusione e di una multa tra i 500 e i 1000 dollari, mentre nell’Arkansas il possesso della stessa quantità è punibile con minimo un anno di reclusione e una multa di minimo 1000 dollari. Nel 1973, l’Oregon diventò il primo stato ad optare per sanzioni amministrative per il possesso personale di piccole dosi di cannabis. Altri dieci stati seguirono l’esempio dell’Oregon nel corso degli anni’70, introducendo la possibilità di punire con sanzioni amministrative il semplice possesso. Dalla fine degli anni’70 l’uso della marijuana per scopi medici è emerso come motivo principale nella riforma della politica in materia di droghe. Tra il 1978 e il 1982, 32 stati hanno approvato leggi che riconoscono i benefici terapeutici della droga e cercano di renderla disponibile sotto ricetta.
In risposta alla crescente pratica di coltivazione di cannabis per uso medico il governo ha creato un programma attraverso l’Investigative New Drug (IND) di “Compassionate Use”, che permette ai dottori di fornire marijuana ai pazienti su di una base sperimentale, senza la prassi dei controlli. Dopo aver concesso 34 IND, il programma venne chiuso ufficialmente nel 1992. Come risultato del programma, otto pazienti continuarono a ricevere marijuana come medicinale, ma nessun nuovo paziente fu accettato. Nei primi anni’90, i “club dei consumatori di cannabis” emersero alla grande fornendo marijuana a chi ne aveva bisogno. Con l’approvazione della proposta 215 in California, il Compassionate Use Act, nel novembre 1996, i clubs dei consumatori iniziarono legittimamente a fornire il farmaco-marijuana.
Comunque, il governo federale cerca continuamente di chiudere questi clubs.
A Oakland, il consiglio cittadino ha finalmente ostacolato la volontà del governo di chiudere i clubs, emettendo un’ordinanza che permette al sindaco di designare e dare licenza ad uno o più “uffici” cittadini autorizzati alla distribuzione di cannabis. Quest’ordinanza, che fa affidamento sulla sezione riguardo l’immunità della Comprehensive Drug Abuse Prevention and Control Act, potrebbe essere da esempio e modello per futuri sforzi tesi alla distribuzione di cannabis.
Nel Novembre 2008, gli elettori di Alaska, Arizona, Colorado, Nevada, Oregon e Washington si sono trovati a votare per una proposta simile alla 215, la possibilità cioè di fornire legalmente marijuana come farmaco ai pazienti. Un referendum popolare del 2012, in USA, ha legalizzato la marijuana a fini ricreativi negli stati di Colorado e Washington.

La legge e la prassi in relazione alle droghe, in particolare la cannabis, sono soggette a considerevoli fluttuazioni. Ne abbiamo trattate solo alcune in questa lista, ma per una visione più completa vi indirizziamo a questo articolo dei Radicali.

Se i cani poliziotto entrano a scuola

Se i cani poliziotto entrano a scuola

Chi commissiona e mette in atto la perquisizione delle scuole con cani poliziotto avrà le sue leggi di riferimento che dimostreranno che l’azione è legittima. L’ultima pochi giorni fa ha avuto un’eco nazionale perché un professore ha negato la perquisizione all’interno della  classe rifiutandosi di interrompere la lezione. Ora su di lui pende l’ipotesi di un’azione disciplinare. Ma il punto è che se anche la perquisizione fosse legittima, le manca comunque il conforto del buon senso.
Partiamo dal livello più basso. L’ultima operazione – come le altre nel resto della regione – ha dato luogo al rinvenimento di pochi grammi di hashish. Tenuto conto che ad essere perquisite sono state centinaia di persone, non si può certo parlare di un bilancio scintillante. Insomma: se all’interno delle aule perquisite si fosse scovato il nipote di Al Capone dedito a spacciare un carico di cocaina appena arrivato dal Sudamerica, un senso a questa storia lo si sarebbe potuto al limite trovare. Invece, a fronte di un dispiegamento di forze da retata, i risultati sono stati del tutto trascurabili. E per di più hanno riguardato il sequestro di una sostanza che la Corte costituzionale – il massimo organo giurisdizionale – ha di recente nettamente distinto dalle droghe pesanti, che infestano le nostre città in ambienti spesso insospettabili.

Perché questo modo di agire non funziona

Fin qui siamo al livello di base. Ora proviamo a salire un po’. Perché il fallimento di quella perquisizione non è nel bilancio operativo, ma nell’inconsapevole dichiarazione di impotenza di chi l’ha voluta, chiunque esso sia. Nel ricorso all’utilizzo delle forze dell’ordine all’interno di una scuola  per un motivo del genere, c’è la negazione in radice della vocazione stessa di quel luogo. Laddove un docente, un preside o chiunque altro al loro posto avessero la percezione che c’è qualcosa che non va nei ragazzi con i quali lavorano, rientrerebbe nel loro ruolo di educatori parlarne con i singoli, con il gruppo, con i genitori. Al limite, ricorrere a incontri con personale specializzato. Consentire di farli annusare da cani poliziotto in un luogo in cui si va per conoscere il mondo, è abdicare al ruolo stesso di educatori. È negare la complessità, le articolazioni, le fragilità di ragazze e ragazzi che sono materia plastica in cerca di forma. Una forma che dipenderà anche dagli educatori che si hanno. Benché questi a volte non se ne rendano conto.

Perché le tasse sulla casa sono le più odiose

Perché le tasse sulla casa sono le più odiose

“La mia casetta è piccola / ma dentro si sta bene / di fuori il vento sibila / lo sento, eccolo, viene, / ma il vecchio muro mormora / «O vento, cozzi invano / son rozzo ma son solido» / e il vento va lontano. / E pioggia e neve e grandine / flagellano le mura / ma la casetta impavida: / «Son vecchia ma sicura»”. Già da questa semplice filastrocca del primo Novecento, probabilmente attribuibile ad Hedda – pseudonimo di Lucia Maggia, poetessa e scrittrice di testi scolastici – ci si rende conto di come la casa non sia solo una costruzione destinata all’abitazione dell’uomo, un bene materiale o un investimento, più o meno proficuo. Essa infatti assomma in sé una grande quantità di simboli e significati, ed è molto più di un arido assemblaggio di muri, tetti e porte.
La casa è innanzitutto il luogo, fisico e spirituale, che condensa l’esperienza della familiarità, dell’accoglienza (di qui l’espressione “essere di casa”) e dell’intimità; è il porto sicuro per eccellenza (di qui l’espressione “sentirsi a casa”); è, insieme alla famiglia, la prima, piccolissima patria; è il focolare sacro agli affetti domestici; è un regno in miniatura in cui ci si sente al contempo padroni e protetti, proprio come nella filastrocca di Maggia. Non a caso, quando sventuratamente le mura domestiche vengono violate da un furto, la sensazione che si percepisce è quella di una violenza alla persona più che ai beni materiali.

La religione della casa

L’Italia ha la più alta percentuale in assoluto di proprietari di abitazioni. Secondo un culto risalente agli antichi Romani, nel nostro Paese esiste una vera e propria “religione” della casa, alla quale si attribuisce una molteplicità di sensi e di valori, tanto da farne un parametro affettivo e semantico (la metafora della casa è usata di continuo, dalla religione al calcio). La casa dà, ad esempio, il senso della storia. Della storia familiare, innanzitutto, come fiaccola che passa di generazione in generazione, come segno di continuità nel tempo. Si pensi alla casa del nespolo dei “Malavoglia” di Verga: non era certo “il più bel palazzo del mondo”, ma compendiava le virtù patriarcali e la fedeltà alla tradizione familiare; era il “monticello bruno”, come ha scritto Luigi Russo, “a cui tornavano ad aggrapparsi le formiche, dopo lo spasimo e il viavai della dispersione e della tempesta”; era la casa-calvario a cui Padron ’Ntoni e gli altri si erano affezionati per le stesse pene che erano state necessarie per costruirla. Ma la casa dà anche il senso della nostra storia politica e della difficile nazionalizzazione degli italiani. Si pensi alle esperienze, ideologicamente lontane eppure coincidenti nel significato, della Casa del fascio e della Casa del popolo.

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La casa e le tasse come emblema del sacrificio

Al di là della comodità, della bellezza e delle sostanze necessarie per realizzarla, più o meno elevate, la casa racchiude in sé un notevole valore immateriale. L’abitazione comune è l’espressione concreta della fiducia e della stabilità: andarsene di casa o mandare qualcuno via di casa può significare la rottura definitiva di un legame umano.

Come si apprende fin da piccoli attraverso la fiaba dei “Tre porcellini”, costruire una casa comporta difficoltà, impegno e dedizione. Oggi più che mai, l’abitazione di proprietà sembra diventare un miraggio (tanto che quasi il 45% degli italiani entro i 34 anni vive ancora con i genitori ed un cospicuo 7% resta in famiglia fino a 44 anni). Quando però si riesce ad acquistarla, spesso attraverso interminabili mutui, la casa diventa l’emblema del sacrificio – cioè dell’atto sacro -, ed assurge ad antidoto, tangibile e simbolico, contro la precarietà del tempo presente.
La casa resta per gli italiani un bene assoluto, non negoziabile. Quando, come purtroppo accade sempre più spesso, un terremoto o un’alluvione la devasta, è come se, insieme ai mattoni, se ne andasse anche una parte di vita. Sull’abitazione non si scherza: i torbidi legati alla casa hanno gettato ombre sinistre su non pochi politici, da Scajola a Fini.
Con la Casa delle libertà e con l’abolizione dell’Ici, il centro-destra ha vinto le elezioni. Con le tasse sulla casa, al contrario, un governo si può giocare la propria credibilità. Un balzello sulle mura domestiche risulta più odioso di ogni altro prelievo fiscale: lo si è visto in questi giorni, mano a mano che la scadenza dell’Imu si approssimava (tra tante motivate polemiche) e si formavano – ai Caaf, alle poste o in banca – code di cittadini bofonchianti e dai volti ingrugniti. Siamo un popolo di “casalinghi proprietari”: colpire la casa significa colpire la stragrande maggioranza degli italiani non solo nelle sostanze ma negli affetti più intimi.

Perché la diplomazia vaticana crede in una nuova Onu

Perché la diplomazia vaticana crede in una nuova Onu

Che l’Onu, erede della vecchia e sfortunata Società delle Nazioni, sia da riformare, è sotto gli occhi di tutti. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che, ricordo, Francesco Cossiga riteneva un “ente inutile“, è formato da cinque membri permanenti (Usa, Russia, Francia, Regno Unito e Cina) e da dieci membri non permanenti, per aree geografiche e eletti per due anni, non immediatamente rieleggibili. Si tratta di tre seggi per l’Africa, due per l’Asia, due per l’Occidente, uno per l’area est-europea e due per l’America Latina. Nel lungo dibattito che, fin dal 1963, ha riguardato la questione della struttura del Consiglio di Sicurezza, il Cardinale  Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha detto una parola chiara e importante.

L’importanza di una nuova Onu

C’è l’idea, che certamente Parolin riprende e rielabora, di una linea di maggiore rappresentatività, che non si impone semplicemente ai “grandi della terra”, ma è un portato delle trasformazioni geopolitiche in atto. Come facciamo a ridefinire un’Africa intesa come un tutto, mentre, per esempio, il Sudafrica si manifesta come potenza regionale fino al centro del Continente Nero, il Regno alawita del Marocco emerge come potenza regionale maghrebina fino all’Atlantico, l’Egitto diviene un player centrale in Medio Oriente, attraverso il Sinai e Israele, come stiamo vedendo in questi giorni, gioca da solo e ha una geopolitica diversa dal suo tradizionale alleato, gli Usa? Qui non si tratta, come infatti afferma il Cardinale  Parolin, di “allargare l’Onu”, ma di renderla più efficace e adatta alla nuova configurazione delle tensioni dopo la “guerra fredda”.
La Cina è entrata nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu fin dalla sua formazione, nel 1945. Nel 1949, la vittoria della “Lunga Marcia” di Mao, messa in atto spesso dal Grande Timoniere contro i voleri del partito, fa passare le attribuzioni internazionali della vecchia Repubblica cinese alla struttura statale nata dalla straordinaria intuizione di Mao e del suo gruppo dirigente. Chiaro il senso: per l’Urss era un partito “fratello”, e lo sarà ancora per poco, per gli Usa era un modo di evitare la guerra in Asia, per Francia e Gran Bretagna la Cina era, molto probabilmente, una pedina da giocare già contro l’Urss. Oggi, tutto è cambiato, anche il peso specifico del Regno Unito e della Francia, che non sono più quelle nazioni, rispettivamente, del Piano “Unthinkable” contro i sovietici e la creazione del tridente gollista e nucleare “tous azimuts”.  I comunisti francesi votarono a favore dell’uscita di Parigi dal Comitato politico ristretto Nato, non comprendendo che si aggiungeva una variabile pericolosa al calcolo nucleare dei loro “compagni” sovietici.
Ecco, il Cardinal  Parolin sa benissimo, da uomo esperto  di relazioni internazionali quale é, che tutto questo mondo è finito, irrimediabilmente finito e, se manteniamo questa conformazione dell’Onu, collaboriamo alla sua ingloriosa fine. Che non serve a nessuno, malgrado le costanti polemiche contro l’Organismo di New York. Mai come oggi è infatti necessario un intermediario globale e credibile per dirimere le tensioni internazionali.

I punti fermi dei Cardinali

Monsignor pensa ad alcuni nuovi punti fermi: c’è oggi infatti una freddezza, pericolosa, aggiungiamo noi, rispetto alle crisi internazionali. L’esempio della Siria ci induce a pensare che, senza una nuova Onu, queste tensioni, spesso ferocissime, si incancreniscano. E quindi, secondo Parolin, divengano tensioni regionali senza nessun nuovo player di area capace o legittimato ad intervenire.
L’Onu della guerra fredda non può più funzionare. La pace, teologicamente, è non solo assenza della guerra, ma condizione di collaborazione fraterna tra i popoli e di comunicazione con Dio. Senza “Pacem in Terris”, o le linee innovative di Giovanni XXIII, con le  encicliche ricordate spesso dal Cardinale, non vi è il “contatto” tra Cielo e Terra che presuppone l’efficacia della grazia e della sua opera nella storia degli uomini. Il Cardinale lo fa notare riferendosi a Papa Francesco, che parla della Pace come della parola che giunge dalle schiere angeliche nella notte in cui nasce il Redentore.
Dono di Dio e responsabilità degli uomini, ecco cos’è la pace, e nulla, oggi è, più necessario di essa. Anche, ci sembra di capire dal Cardinale Parolin, si deve qui parlare della pace geoeconomica, finanziaria, tecnologica, produttiva perchè oggi, lo sa bene il nostro Cardinale, le guerre si fanno in tanti modi e tutti, salvo quelli tradizionali, invisibili. E, lo ricordiamo noi insieme al Cardinale Parolin, la Chiesa cattolica è una straordinaria presenza diplomatica, con 179 Stati, più l’Unione europea e l’Autorità nazionale palestinese. Bene, leggiamo tra le righe del Cardinale: chi è più significativo nel quadrante globale, il Vaticano o una media potenza, magari armata fino ai denti?
Ecco, dovremo pensare, e certamente il nostro Cardinale lo sta facendo da molto tempo, ad un Onu che rispecchia non i semplici Stati, piccoli o grandi che siano, ma le grandi potenze culturali e simboliche, le strutture internazionali che sopravvivono fin da quando quei 179 Paesi non esistevano, nemmeno “in mente Dei”.
Il diritto internazionale umanitario, come nota il Cardinale Parolin, è un’evoluzione naturale dello “ius ad bellum”, non è legato a valutazioni solo umanitarie del contrasto tra gli Stati, ma ha profonde radici nella storia giuridica che permea i diritti nazionali. E quindi si tratta di dotare l’Onu di strumenti operativi efficaci per queste nuove destabilizzazioni in atto, che nessuno vuole oggi controllare sul serio. Si veda ancora la questione, tragica, della Siria.
Le “coalitions of the willing” e le azioni solamente “umanitarie” post factum delle Nazioni Unite devono lasciare il porto a strutture Onu agili, ma pensate per evitare il conflitto e per chiuderlo non in una area regionale, come oggi, ma in un contesto semplicemente locale, prima che l’incendio si appicchi altrove, e oggi c’è tanta legna secca da ardere.

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L’Onu si doti di una struttura militare più ampia ed efficace

Penso qui, aggiungendo il mio pensiero a quello del Cardinale, che l’Onu si dovrebbe dotare di una struttura militare più ampia e efficace, con delle regole di ingaggio effettive, per passare dal “peacekeeping” e dal “peacenforcing”  ad una presenza credibile nei territori, credibile e quindi efficacemente  dissuasiva.
Nella linee che la comunità internazionale ha trovato per limitare gli armamenti e gli interventi armati, il diritto internazionale ha indicato  due criteri: l’“intervento umanitario” e il “diritto a proteggere”. Ma, aggiungiamo noi, se l’Onu rimarrà quella che è oggi, il Consiglio di Sicurezza potrebbe avere tutto l’interesse ad operare tardi, male, senza riconoscere l’aggressore dall’aggredito e, soprattutto, senza una linea strategica che vada oltre il momento del bisogno e dello scontro violento e visibile.
“Andare oltre” per salvare l’Onu è la linea della Chiesa cattolica
Occorre andare oltre e la Chiesa di Papa Francesco, e del Cardinale Parolin, vede giustamente nell’Organizzazione delle Nazioni Unite lo strumento per la riaffermazione, finalmente efficace, del diritto internazionale, che deve essere, siamo sicuri di leggere bene nei testi del Cardinale, non solo “post festum” ma anche preventivo. E non solo legato alle “grida manzoniane” di qualche entità globale. Perchè, se si accetta che l’Onu decada, allora entreranno nell’agone internazionale entità spesso pericolose, ma suadenti, adatte all’ideologia di massa attuale, e sarà quasi impossibile riportare la comunità internazionale, in modo non solo figurato, sulla “retta via”.

La cultura che favorisce la disgregazione globale

Un dato culturale poi ci trova, inevitabilmente, e non solo in quanto credenti, assolutamente d’accordo: c’è una cultura che favorisce la disgregazione globale, e il Cardinale Parolin la definisce con assoluta chiarezza: l’economia dell’esclusione, la cultura dello scarto, la cultura della morte. È la cultura di massa e la diffusione di modi di vita più o meno pericolosi che è oggi il nuovo terreno di lotta della comunità internazionale, senza peraltro dimenticare le vecchie guerre locali. Pensate se una “teologia”, si fa per dire, si proponesse di affermare l’assoluta legittimità internazionale di alcuni usi e costumi locali. Bene. Si accetterebbe l’incesto, l’assassinio rituale, la guerra continua contro il nemico (e questo è il caso del jihad) o l’eliminazione fisica dei malati e degli anziani. Il culturalismo spinto porterebbe anche a questo.

Un’entità globalizzatrice dei valori che fondano l’Occidente

E allora, dice il Cardinale Parolin, rafforzare e riformare un’entità internazionale globalizzatrice ma dei valori che fondano l’Occidente, laico o credente, e le straordinarie tradizioni umanistiche dell’Asia. Senza questo argine, questo paolino “kathécon” che ci protegge dal Male, non c’è salvezza e quindi c’è solo l’hobbesiano e primitivo “bellum omnium contra omnes”. L’economia dell’esclusione è quella, interpretiamo il Cardinale, che crocifigge interi popoli all’esclusione dall’economia produttiva, e dalla giustizia naturale che è anche sociale. La marginalità che diventa anche economia della scarsa sopravvivenza e della povertà materiale, morale, spirituale. È il “nemico di Dio e degli uomini” che si prende intere popolazioni riducendole ad una povera e innaturale vita degli istinti immediati, sempre da soddisfare con rabbia e violenza. La cultura dello scarto è quella che si infligge a tante popolazioni periferiche, che vivono di scarti materiali, ideologici, simbolici, di quel mondo occidentale che, finita la guerra fredda, non ha più interesse a colonizzarli.

L’Occidente e la cultura della morte

Anche l’Occidente e gran parte del mondo conosciuto sono ingabbiati dalla “cultura della morte” che è anche culto della distruzione di sè e degli altri, dell’offesa al proprio corpo, della malattia come salute “superiore”, dell’esaltazione di tutto ciò che, dalla notte dei tempi, è universalmente bollato come negativo, da Nostro Signore Gesù Cristo come da Confucio o dalle tradizioni buddiste o animiste africane. L’universalità del bene e della verità la conoscevano perfettamente  i soldati della Compagnia di Gesù, quando scoprivano, prima di ogni altro, le leggende delle tribù “indiane” del Nordamerica che parlavano di un Figlio sacrificatosi per il bene di tutti o di una Vergine sua madre, o si accorgevano che la parola degli aztechi per identificare l’unico Dio era “Teò”.
La legittimità della Chiesa coma Grande potenza del nuovo ordine mondiale
E dall’universalità dei valori primari e del loro tessuto storico viene la legittimità della Chiesa a parlare non solo come “Stato” presente su di un colle di Roma, ma come Grande potenza del Nuovo ordine mondiale che si sta formando. Gli altri parlano ormai solo di materia, la Chiesa di Cristo deve ancora parlare, a tutti, di quello che davvero conta: lo Spirito e la sua realizzazione nella storia.

Bike-sharing e car-pooling, le utopie anti-inquinamento

Bike-sharing e car-pooling, le utopie anti-inquinamento

Recentemente c’è stato un lodevole tentativo di affrontare di petto la questione dell’inquinamento atmosferico, con un convegno apposito che ha visto intervenire politici, medici (igienista, epidemiologo, pneumologo), ingegneri tecnici dell’Arpa e della Ministero. Un vero trust di cervelli, i quali hanno cercato, vanamente, di mettere insieme qualche soluzione. Missione fallita, perché oltre alla noia di dover ascoltare pesantissime relazioni quasi tutte autoreferenziali (i medici capiscono i medici, gli ingegneri gli ingegneri, eccetera…) che hanno fatto scappare progressivamente i ragazzi delle scuole superiori, invitati “per esser sensibilizzati”, il quadro dipinto era già ampiamente noto, come pure le vie di uscita, quasi tutte incartate dal sacro fuoco dell’utopia.

Tanto per sgomberare il campo da facili polemiche, diremo subito che la questione è così complessa e così planetaria che sarebbe sciocco pensare di vederla risolvere con un convegno. Di più: l’inquinamento ce lo siamo fabbricato noi cittadini con le nostre mani e dovremmo cercare di venirne fuori senza i supporti/palliativi della politica (targhe alterne), o le altre mirabolanti invenzioni dell’ultimo decennio (bike sharing, car pooling, car sharing…).

Avete mai visto cosa succede davanti alle scuole, elementari e medie soprattutto, all’ora di entrata/uscita? I genitori arrivano in macchina quasi davanti ai portoni, parcheggiano in doppia fila, sopra i marciapiedi, spesso fumano in auto, altrettanto spesso parlano al telefonino senza interrompere neppure per salutare i propri figli che arrivano bellamente con le cinture di sicurezza slacciate. Che esempio stiamo dando? Come pensate che cresceranno questi ragazzi?

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Il mezzo pubblico come antidoto all’automobile

Si è molto parlato dell’uso del mezzo pubblico come antidoto all’automobile (nelle maggiori città italiane siamo a livelli record con quasi 70 ogni 100 abitanti), ma avremmo voluto chiedere a tutti gli intervenuti: chi di voi è salito in centro senza auto? E quanti di voi usano abitualmente autobus, treno o la metropolitana? Se fate la stessa domanda ai consiglieri comunali, oltre ad accusarvi di essere demagoghi e disfattisti, vi spiegheranno che loro per problemi di tempo usano l’auto. Tutti.

È evidente, insomma, che se noi adulti non cominciamo a dare il buon esempio, una volta per tutte, chi viene dopo di noi non solo proverà a rimediare, ma inquinerà senza scrupoli e senza sensi di colpa, anche solo semplicemente alzando di due-tre gradi il termostato del riscaldamento invece di mettersi un maglione in più.

Non sarà facile cambiare le nostre teste. Un esempio concreto: volete sapere che cosa ha detto uno degli intervenuti, un ingegnere del Centro Interuniversitario di Ricerca sull’Inquinamento da Agenti Fisici, nonché uno dei tecnici che ha appena predisposto il “Piano energetico e ambientale”? Parlando di “car pooling” cioè dell’utilizzazione di una sola autovettura, con più persone a bordo, per compiere un medesimo tragitto, la grande idea è la seguente: «Avvieremo un esperimento con i nostri studenti della facoltà di Ingegneria, consentendo a tutti coloro che attueranno il car pooling di avere un parcheggio riservato davanti all’ingresso…».

Capito bene? A ragazzi e ragazze di 19-23 anni non spieghiamo che se inquinano meno è meglio per tutti, non proviamo a fornirli di coscienza civile. No, li premiamo facendoli camminare di meno, nemmeno fossero vecchi con problemi di deambulazione. Si tratta della faccia della stessa medaglia di chi recapita i figli davanti al portone di scuola o di chi progetta strade senza marciapiedi. Evidentemente la maggioranza di noi è convinta che camminare faccia male e si regola di conseguenza dando cattivi esempi.

A cosa serve il car pooling

Quanto al car pooling, diciamo francamente le cose come stanno: con la benzina ormai a costi siderali chi si può organizzare non ha certo bisogno di ricorrere a fantasiosi nomi inglesi o pseudo-gratifiche. Si organizza e basta, studenti in testa che conoscono bene l’arte del risparmio.

A proposito di utopie e di inglesismi buttati là forse per gettare fumo negli occhi, merita un inciso anche il progetto bike sharing, che tradotto sarebbe bici da prendere in affitto a Pian di Massiano e dintorni. Cosa c’entra questo con l’inquinamento atmosferico? Nulla. È stato solo un escamotage trovato dalle amministrazioni comunali per vedersi finanziare dal ministero dell’Ambiente 400.000 dei 631.880 euro necessari. Evidentemente a Roma sono un po’ creduloni, ma sui soldi non ci si sputa e dunque via di buzzo buono ad allestire una cosa inutile, un percorso di 1400 metri con 20 bici elettriche a pedalata assistita (così si fatica di meno, a proposito di insegnamenti da tramandare ai figli).

Lo diciamo nella triplice veste di cittadini, ciclisti. Anzitutto: chi va in bici ha una bici propria ed anche se volesse sfruttare la costruenda pista ciclabile dovrebbe comunque arrivare in auto, perché sulla metro è vietato far salire biciclette.

La realtà è che le vere piste ciclabili, quelle che potrebbero indurre una minoranza a rinunciare all’auto si costruiscono dove la gente si muove per andare al lavoro, non dove va a divertirsi. Perugia ha il 70% del territorio comunale in pianura, ma le uniche piste ciclabili esistenti o finiscono all’improvviso nel nulla, in terra battuta e piene di buche e radici. Delle trappole.

Crisi, finalmente una luce in fondo al tunnel

Crisi, finalmente una luce in fondo al tunnel

La buona “novella” della Bce

Era da una settimana che, in lontananza, si cominciava a intravedere qualche sprazzo di chiarore tra le nuvole plumblee. Ma il primo raggio di sole, sempre in lontananza, si è visto solo oggi. Ed è un raggio che ne chiamerà inevitabilmente altri. È la luce in fondo al tunnel dopo quasi 4 anni di crisi nera per l’Italia che, non dimentichiamolo, a novembre dello scorso anno (quando lo spread Btp-Bund schizzò a quasi 600, provocando le dimissioni del Governo Berlusconi in un clima tetro) rischiò il “default”, con la prospettiva di situazioni messicane o argentine all’inizio degli anni Novanta, fatte di povertà e disperazione.

Cosa è accaduto?

È accaduto che i mercati, già da qualche settimana, si erano resi conto che l’Italia presenta un spread tra Btp e Bund almeno doppio di quello che sarebbe giustificabile in base ai fondamentali dell’economia. Qualche segnale che gli investitori finanziari erano pronti ad allentare la presa sui titoli italiani c’era stato, come quello, ignorato, di banche estere (tra cui la svizzera Vontobel) che erano tornate ad acquistare i nostri titoli di Stato, valutando che il rischio di uscita dall’euro del Paese è ormai quasi nullo e che, dato che i titoli italiani offrono oggi un tasso di interesse allettante (che, con l’arrivare dei raggi di sole, è destinato a scendere), è meglio acquistarli adesso piuttosto che dopo, quando renderanno meno.
Su questo allentamento della presa si innesta ora la decisione della Bce, presa oggi, di acquistare, alla bisogna, in quantità potenzialmente illimitata i titoli di Stato dei Paesi Ue, così da riportare lo spread a quote tollerabili. Secondo la Banca d’Italia, in base ai fondamentali economici lo spread “normale” tra Btp e Bund è 200, mentre finora siamo stati regolarmente sopra i 400 punti, sfondando anche quota 500, con la conseguenza di un salasso per i conti pubblici in quanto aumentano gli interessi da pagare sul debito pubblico e di un rincaro e restrizione dei prestiti bancari, disincentivando gli investimenti e producendo recessione. Da ieri, se la Bce darà effettivamente corso alla decisione presa (ma forse non sarà neppure necessario, perché spesso in questi casi basta l’effetto annuncio, ossia mostrare i cannoni senza che sparino davvero), chi specula al ribasso sui titoli di Stato italiani sa una cosa: che la Bce può mettere sul piatto sempre un euro in più rispetto a chi vende (tu vendi 100, io compro 101, tu vendi mille, io compro mille e uno), per cui chi specula può facilmente bruciarsi le dita. Ora è probabile che la speculazione tasterà la reale portata delle intenzioni della Bce, ma se vedrà che fa sul serio arretrerà.

Un grosso passo avanti

La Bce diventa di fatto (forse facendo uno strappo rispetto al suo Statuto, che assegna all’Istituto di Francoforte il solo compito di guardiano dell’inflazione) una “normale” banca centrale. È, infatti, anche perché la Fed avrebbe fatto quello che oggi ha annunciato di fare la Bce che la speculazione non ha attaccato gli Stati Uniti, che hanno fondamentali economici non certo buoni, anche se un forte potenziale di crescita.
Insomma, ora lo spread può scendere davvero, la liquidità interbancaria riprendere il suo normale circuito, i rischi di dissolvimento dell’euro svanire del tutto, le aspettative degli operatori e dei consumatori rinforzarsi. Sarà tutto lento e graduale, ma la luce in fondo al tunnel dei 4 anni di recessione si vede davvero. L’Italia ci arriva molto meglio rispetto a novembre.

mario-monti

Grazie al Governo Monti, molti provvedimenti necessari (anche amari) sono stati presi, molte riforme fatte e adesso si apre la possibilità (anche per la diminuzione del costo del servizio del debito pubblico) di abbassare la pressione fiscale, arrivata a livelli altissimi e la cui riduzione è necessaria come l’ossigeno per far ripartire l’Italia. Dopo l’operazione d’urgenza per salvare il Paese dal baratro, adesso si può, via via, mettere mano alla terapia ricostituente. Ci vorrà tempo (nessuno si illuda che la ripresa si sentirà in pochi mesi) e c’è ancora parecchio da fare per ridare all’Italia quella competitività persa nel corso di due decenni. E continueranno ad esserci “morti” e “feriti” nel tessuto produttivo, perché la crisi è sempre l’occasione per le “morti” dei meno efficienti, ma anche per la  “nascita” di realtà produttive più robuste. La strada, però, si fa meno impervia. Piuttosto, il vero pericolo sono i risultati delle elezioni politiche di aprile. Se uscirà fuori una situazione di ingovernabilità, gli investitori potrebbero tornare ad abbandonare il Paese e la ricaduta sarebbe rovinosa. Ed è per il timore della situazione di ingovernabilità che lo spread, da qui ad aprile, scenderà meno di quello che potrebbe.
Un’ultima annotazione. Ci si chiede perché la Germania, che lo poteva, non abbia impedito la decisione della Bce di acquistare, alla bisogna, in maniera illimitata i titoli di Stato dei Paesi Ue. La risposta è nei giornali di ieri, laddove danno conto che la Germania ha collocato “solo” 5 miliardi di euro di suoi titoli del debito pubblico, rispetto ai 5 miliardi che offriva. In altre parole, gli investitori compravano titoli tedeschi quando c’era il rischio della deflagrazione dell’euro. Ora che questo è di fatto passato, acquistare titoli tedeschi non ha senso, perché rendono pochissimo.

Un ragazzo su due usa droga

Un ragazzo su due usa droga

Quasi un adolescente su 2 ha fatto uso di stupefacenti ed è proprio la scuola il luogo di maggior utilizzo delle droghe tra i giovani. Questi i dati che emergono da una ricerca scolta in 15 scuole superiori di Milano che ha coinvolto 2.300 ragazzi e ragazze.

Ieri in previsione dell’inizio di un altro anno accademico, è stata distribuita una circolare delle sfere alte della polizia che sollecita questori e prefetti a “disporre accurate misure di controllo” davanti agli istituti scolastici e nei luoghi di ritrovo dei giovani studenti per combattere “con la massima efficacia” lo spaccio di sostanze stupefacenti.

I risultati dello studio sono preoccupanti

Secondo lo studio, il 42% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni ha fatto uso di droghe: nella stragrande maggioranza dei casi, il 90%, si tratta di marijuana ma non mancano quelli che hanno già provato la cocaina, con un 20% che ha ammesso di aver sniffato nell’ ultimo mese.
Un altro elemento confermato dalla ricerca è che il consumo di stupefacenti è spesso indotto. O comunque favorito dall’emulazione.
Il 90% di chi usa droghe lo fa con amici, con una frequenza media dichiarata di oltre nove volte al mese.
Il 55% dice inoltre di usare stupefacenti “quando me li offrono”, mentre non sembra che vi sia un problema finanziario: solo il 25% dei giovani milanesi afferma di utilizzare droga “quando ho i soldi per comprarla“.
Infine, emerge che il luogo dove gli adolescenti consumano più spesso gli stupefacenti è proprio la scuola.
Il 34% dice infatti di utilizzarli all’ interno dell’ istituto che frequenta con una media di 7 volte al mese, il 27% ne farebbe uso in discoteca per oltre 4 volte al mese, il 17% a casa con una media di oltre 8 volte al mese.
E sempre in tema di scuola, ma passando sul fronte sindacale, un gruppo di studenti ha organizzato per il primo giorno di scuola proteste contro le riforme in oltre 30 città italiane.
Studenti.net chiede ai partiti e sindacati di impegnarsi “per scongiurare la distruzione del sistema pubblico e l’abbassamento della qualità della scuola”.
Fra le iniziative di protesta in programma, a Milano, ma anche a Torino, Napoli e Bologna saranno celebrati i funerali della scuola pubblica: gli studenti porteranno il lutto al braccio e distribuiranno volantini “in cui si chiede l’unità di studenti ed insegnanti per la salvezza dell’istruzione”.