L’importante funzione del giornalismo, ieri e oggi

L’importante funzione del giornalismo, ieri e oggi

Leggere è diventato “l’atto rivoluzionario per eccellenza“. Accostarsi a libri e giornali è ormai una prerogativa di pochi eletti, è la qualità – purtroppo sempre più rara – di donne e uomini ancora capaci a “mantenere la concentrazione per più di tre minuti”.
Perorando la causa di una campagna “lettorale”, l’oratore si è poi soffermato sui limiti, sui pregi e sulla indispensabile funzione civile del giornalismo. La stampa, ha sostenuto, non disdegna le menzogne, non di rado “apparecchia la realtà” e tenta di governare l’opinione pubblica a seconda delle convenienze, ma è stata e resta ancora oggi un’importante “fucina di politica”, di una politica intesa nell’accezione più ampia del termine, con le sue meschinità e la sua nobiltà.
Quanto sostenuto da Buttafuoco trova conferma nel ruolo, fondamentale, svolto dal giornalismo nella nostra storia nazionale. Come emerge bene da un significativo volume di Pier Luigi Vercesi – “Ne ammazza più la penna. Storie d’Italia vissute nelle redazioni dei giornali” -, la stampa ha infatti inciso – eccome se ha inciso! – nelle vicende e nelle sorti della Penisola. Storia del giornalismo e storia italiana sono, a ben vedere, innervate l’una all’altra.

Un’interessante discorso sul giornalismo italiano

Nel libro dell’autore, appena uscito per i tipi di Sellerio, vengono passate in rassegna notizie, fatti e aneddoti relativi alla stampa in Italia dalla caduta di Napoleone agli anni Sessanta del Novecento. In un’alternanza di stagioni grandiose e terribili, si avvicendano figure di giornalisti molto differenti fra loro: dall’eroe all’avventuriero; dal patriota al traditore – con casi intermedi, come quello di Ugo Foscolo, che prima dell’esilio si lascia reclutare dagli austriaci per alimentare la propaganda dell’impero -; dall’idealista al corrotto. Dopo la spedizione dei Mille – sostenuta e accompagnata da molti cronisti, a partire da Giulio Cesare Abba e Alexandre Dumas -, la quotidianità italiana viene narrata attraverso pagine coraggiose o servili, entusiasmanti o deprimenti. Narrando scandali (come quello della Banca Romana, un terremoto politico paragonabile a Tangentopoli, “un cataclisma che finì nel nulla”), storie torbide (come la morte di Eva Cattermole, motivo di “duelli all’ultimo pettegolezzo sulle colonne dei giornali”) e vicende inquietanti (come una tenebrosa seduta spiritica di Gabriele D’Annunzio), la stampa italiana cresce in maniera significativa: attorno alla fine dell’Ottocento, solo a Napoli si contavano una cinquantina di quotidiani.

libri
Incline, a seconda dei casi e del momento storico, a destare o a narcotizzare l’opinione pubblica, il giornalismo italiano prese “buchi” clamorosi – la notizia della battaglia di Magenta del 4 giugno 1859 giunse a Torino, via Parigi, la sera del giorno successivo -; si prostrò al potere – non pochi giornalisti erano a libro paga di Giolitti, mentre il quotidiano La Stampa era il megafono della politica dello statista di Dronero -; partorì la caricatura di due diversi tipi umani, destinati ad incarnare il “carattere” nazionale: da un lato Pinocchio, dall’altro lato Gian Burrasca. Il primo è innanzitutto un ingenuo, un sempliciotto vittima dell’autorità – giudici, carabinieri, fate turchine e grilli parlanti -, un burattino che mente ma se ne pente. Il secondo, ideato da Luigi Bertelli – redattore del Giornalino della domenica -, è un bugiardo patologico e un aspirante rivoluzionario, un individuo gaglioffo e virile. È un nichilista e un estremista. È un nemico dell’autorità e crede di avere sempre ragione, come Lenin o come il “caporedattore d’Italia” Benito Mussolini, dittatore con “fedina giornalistica”.
Il giornalismo italiano narrato dall’autore ha inciso sui costumi e sulla politica, ha alimentato la contesa tra interventisti e neutralisti, ha infiammato le piazze, ha compiuto giravolte e trasformismi, ha individuato e contribuito a plasmare differenti modelli umani. E quello di oggi? È un giornalismo molto diverso, costretto a dividersi tra carta e digitale, obbligato a convivere con una molteplicità di media, chiamato a fare i conti con la crisi e con un pubblico che ha difficoltà a “mantenere la concentrazione per più di tre minuti”. Ma la missione resta la stessa, allora come oggi: fornire un’informazione corretta e di qualità; allenare lo spirito critico – riserva aurea di ogni sana democrazia -; educare la Nazione, come scriveva l’economista Luigi Einaudi, dando colore e sapore ad una professione nobile.

Se i cani poliziotto entrano a scuola

Se i cani poliziotto entrano a scuola

Chi commissiona e mette in atto la perquisizione delle scuole con cani poliziotto avrà le sue leggi di riferimento che dimostreranno che l’azione è legittima. L’ultima pochi giorni fa ha avuto un’eco nazionale perché un professore ha negato la perquisizione all’interno della  classe rifiutandosi di interrompere la lezione. Ora su di lui pende l’ipotesi di un’azione disciplinare. Ma il punto è che se anche la perquisizione fosse legittima, le manca comunque il conforto del buon senso.
Partiamo dal livello più basso. L’ultima operazione – come le altre nel resto della regione – ha dato luogo al rinvenimento di pochi grammi di hashish. Tenuto conto che ad essere perquisite sono state centinaia di persone, non si può certo parlare di un bilancio scintillante. Insomma: se all’interno delle aule perquisite si fosse scovato il nipote di Al Capone dedito a spacciare un carico di cocaina appena arrivato dal Sudamerica, un senso a questa storia lo si sarebbe potuto al limite trovare. Invece, a fronte di un dispiegamento di forze da retata, i risultati sono stati del tutto trascurabili. E per di più hanno riguardato il sequestro di una sostanza che la Corte costituzionale – il massimo organo giurisdizionale – ha di recente nettamente distinto dalle droghe pesanti, che infestano le nostre città in ambienti spesso insospettabili.

Perché questo modo di agire non funziona

Fin qui siamo al livello di base. Ora proviamo a salire un po’. Perché il fallimento di quella perquisizione non è nel bilancio operativo, ma nell’inconsapevole dichiarazione di impotenza di chi l’ha voluta, chiunque esso sia. Nel ricorso all’utilizzo delle forze dell’ordine all’interno di una scuola  per un motivo del genere, c’è la negazione in radice della vocazione stessa di quel luogo. Laddove un docente, un preside o chiunque altro al loro posto avessero la percezione che c’è qualcosa che non va nei ragazzi con i quali lavorano, rientrerebbe nel loro ruolo di educatori parlarne con i singoli, con il gruppo, con i genitori. Al limite, ricorrere a incontri con personale specializzato. Consentire di farli annusare da cani poliziotto in un luogo in cui si va per conoscere il mondo, è abdicare al ruolo stesso di educatori. È negare la complessità, le articolazioni, le fragilità di ragazze e ragazzi che sono materia plastica in cerca di forma. Una forma che dipenderà anche dagli educatori che si hanno. Benché questi a volte non se ne rendano conto.

Perché le tasse sulla casa sono le più odiose

Perché le tasse sulla casa sono le più odiose

“La mia casetta è piccola / ma dentro si sta bene / di fuori il vento sibila / lo sento, eccolo, viene, / ma il vecchio muro mormora / «O vento, cozzi invano / son rozzo ma son solido» / e il vento va lontano. / E pioggia e neve e grandine / flagellano le mura / ma la casetta impavida: / «Son vecchia ma sicura»”. Già da questa semplice filastrocca del primo Novecento, probabilmente attribuibile ad Hedda – pseudonimo di Lucia Maggia, poetessa e scrittrice di testi scolastici – ci si rende conto di come la casa non sia solo una costruzione destinata all’abitazione dell’uomo, un bene materiale o un investimento, più o meno proficuo. Essa infatti assomma in sé una grande quantità di simboli e significati, ed è molto più di un arido assemblaggio di muri, tetti e porte.
La casa è innanzitutto il luogo, fisico e spirituale, che condensa l’esperienza della familiarità, dell’accoglienza (di qui l’espressione “essere di casa”) e dell’intimità; è il porto sicuro per eccellenza (di qui l’espressione “sentirsi a casa”); è, insieme alla famiglia, la prima, piccolissima patria; è il focolare sacro agli affetti domestici; è un regno in miniatura in cui ci si sente al contempo padroni e protetti, proprio come nella filastrocca di Maggia. Non a caso, quando sventuratamente le mura domestiche vengono violate da un furto, la sensazione che si percepisce è quella di una violenza alla persona più che ai beni materiali.

La religione della casa

L’Italia ha la più alta percentuale in assoluto di proprietari di abitazioni. Secondo un culto risalente agli antichi Romani, nel nostro Paese esiste una vera e propria “religione” della casa, alla quale si attribuisce una molteplicità di sensi e di valori, tanto da farne un parametro affettivo e semantico (la metafora della casa è usata di continuo, dalla religione al calcio). La casa dà, ad esempio, il senso della storia. Della storia familiare, innanzitutto, come fiaccola che passa di generazione in generazione, come segno di continuità nel tempo. Si pensi alla casa del nespolo dei “Malavoglia” di Verga: non era certo “il più bel palazzo del mondo”, ma compendiava le virtù patriarcali e la fedeltà alla tradizione familiare; era il “monticello bruno”, come ha scritto Luigi Russo, “a cui tornavano ad aggrapparsi le formiche, dopo lo spasimo e il viavai della dispersione e della tempesta”; era la casa-calvario a cui Padron ’Ntoni e gli altri si erano affezionati per le stesse pene che erano state necessarie per costruirla. Ma la casa dà anche il senso della nostra storia politica e della difficile nazionalizzazione degli italiani. Si pensi alle esperienze, ideologicamente lontane eppure coincidenti nel significato, della Casa del fascio e della Casa del popolo.

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La casa e le tasse come emblema del sacrificio

Al di là della comodità, della bellezza e delle sostanze necessarie per realizzarla, più o meno elevate, la casa racchiude in sé un notevole valore immateriale. L’abitazione comune è l’espressione concreta della fiducia e della stabilità: andarsene di casa o mandare qualcuno via di casa può significare la rottura definitiva di un legame umano.

Come si apprende fin da piccoli attraverso la fiaba dei “Tre porcellini”, costruire una casa comporta difficoltà, impegno e dedizione. Oggi più che mai, l’abitazione di proprietà sembra diventare un miraggio (tanto che quasi il 45% degli italiani entro i 34 anni vive ancora con i genitori ed un cospicuo 7% resta in famiglia fino a 44 anni). Quando però si riesce ad acquistarla, spesso attraverso interminabili mutui, la casa diventa l’emblema del sacrificio – cioè dell’atto sacro -, ed assurge ad antidoto, tangibile e simbolico, contro la precarietà del tempo presente.
La casa resta per gli italiani un bene assoluto, non negoziabile. Quando, come purtroppo accade sempre più spesso, un terremoto o un’alluvione la devasta, è come se, insieme ai mattoni, se ne andasse anche una parte di vita. Sull’abitazione non si scherza: i torbidi legati alla casa hanno gettato ombre sinistre su non pochi politici, da Scajola a Fini.
Con la Casa delle libertà e con l’abolizione dell’Ici, il centro-destra ha vinto le elezioni. Con le tasse sulla casa, al contrario, un governo si può giocare la propria credibilità. Un balzello sulle mura domestiche risulta più odioso di ogni altro prelievo fiscale: lo si è visto in questi giorni, mano a mano che la scadenza dell’Imu si approssimava (tra tante motivate polemiche) e si formavano – ai Caaf, alle poste o in banca – code di cittadini bofonchianti e dai volti ingrugniti. Siamo un popolo di “casalinghi proprietari”: colpire la casa significa colpire la stragrande maggioranza degli italiani non solo nelle sostanze ma negli affetti più intimi.

Bike-sharing e car-pooling, le utopie anti-inquinamento

Bike-sharing e car-pooling, le utopie anti-inquinamento

Recentemente c’è stato un lodevole tentativo di affrontare di petto la questione dell’inquinamento atmosferico, con un convegno apposito che ha visto intervenire politici, medici (igienista, epidemiologo, pneumologo), ingegneri tecnici dell’Arpa e della Ministero. Un vero trust di cervelli, i quali hanno cercato, vanamente, di mettere insieme qualche soluzione. Missione fallita, perché oltre alla noia di dover ascoltare pesantissime relazioni quasi tutte autoreferenziali (i medici capiscono i medici, gli ingegneri gli ingegneri, eccetera…) che hanno fatto scappare progressivamente i ragazzi delle scuole superiori, invitati “per esser sensibilizzati”, il quadro dipinto era già ampiamente noto, come pure le vie di uscita, quasi tutte incartate dal sacro fuoco dell’utopia.

Tanto per sgomberare il campo da facili polemiche, diremo subito che la questione è così complessa e così planetaria che sarebbe sciocco pensare di vederla risolvere con un convegno. Di più: l’inquinamento ce lo siamo fabbricato noi cittadini con le nostre mani e dovremmo cercare di venirne fuori senza i supporti/palliativi della politica (targhe alterne), o le altre mirabolanti invenzioni dell’ultimo decennio (bike sharing, car pooling, car sharing…).

Avete mai visto cosa succede davanti alle scuole, elementari e medie soprattutto, all’ora di entrata/uscita? I genitori arrivano in macchina quasi davanti ai portoni, parcheggiano in doppia fila, sopra i marciapiedi, spesso fumano in auto, altrettanto spesso parlano al telefonino senza interrompere neppure per salutare i propri figli che arrivano bellamente con le cinture di sicurezza slacciate. Che esempio stiamo dando? Come pensate che cresceranno questi ragazzi?

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Il mezzo pubblico come antidoto all’automobile

Si è molto parlato dell’uso del mezzo pubblico come antidoto all’automobile (nelle maggiori città italiane siamo a livelli record con quasi 70 ogni 100 abitanti), ma avremmo voluto chiedere a tutti gli intervenuti: chi di voi è salito in centro senza auto? E quanti di voi usano abitualmente autobus, treno o la metropolitana? Se fate la stessa domanda ai consiglieri comunali, oltre ad accusarvi di essere demagoghi e disfattisti, vi spiegheranno che loro per problemi di tempo usano l’auto. Tutti.

È evidente, insomma, che se noi adulti non cominciamo a dare il buon esempio, una volta per tutte, chi viene dopo di noi non solo proverà a rimediare, ma inquinerà senza scrupoli e senza sensi di colpa, anche solo semplicemente alzando di due-tre gradi il termostato del riscaldamento invece di mettersi un maglione in più.

Non sarà facile cambiare le nostre teste. Un esempio concreto: volete sapere che cosa ha detto uno degli intervenuti, un ingegnere del Centro Interuniversitario di Ricerca sull’Inquinamento da Agenti Fisici, nonché uno dei tecnici che ha appena predisposto il “Piano energetico e ambientale”? Parlando di “car pooling” cioè dell’utilizzazione di una sola autovettura, con più persone a bordo, per compiere un medesimo tragitto, la grande idea è la seguente: «Avvieremo un esperimento con i nostri studenti della facoltà di Ingegneria, consentendo a tutti coloro che attueranno il car pooling di avere un parcheggio riservato davanti all’ingresso…».

Capito bene? A ragazzi e ragazze di 19-23 anni non spieghiamo che se inquinano meno è meglio per tutti, non proviamo a fornirli di coscienza civile. No, li premiamo facendoli camminare di meno, nemmeno fossero vecchi con problemi di deambulazione. Si tratta della faccia della stessa medaglia di chi recapita i figli davanti al portone di scuola o di chi progetta strade senza marciapiedi. Evidentemente la maggioranza di noi è convinta che camminare faccia male e si regola di conseguenza dando cattivi esempi.

A cosa serve il car pooling

Quanto al car pooling, diciamo francamente le cose come stanno: con la benzina ormai a costi siderali chi si può organizzare non ha certo bisogno di ricorrere a fantasiosi nomi inglesi o pseudo-gratifiche. Si organizza e basta, studenti in testa che conoscono bene l’arte del risparmio.

A proposito di utopie e di inglesismi buttati là forse per gettare fumo negli occhi, merita un inciso anche il progetto bike sharing, che tradotto sarebbe bici da prendere in affitto a Pian di Massiano e dintorni. Cosa c’entra questo con l’inquinamento atmosferico? Nulla. È stato solo un escamotage trovato dalle amministrazioni comunali per vedersi finanziare dal ministero dell’Ambiente 400.000 dei 631.880 euro necessari. Evidentemente a Roma sono un po’ creduloni, ma sui soldi non ci si sputa e dunque via di buzzo buono ad allestire una cosa inutile, un percorso di 1400 metri con 20 bici elettriche a pedalata assistita (così si fatica di meno, a proposito di insegnamenti da tramandare ai figli).

Lo diciamo nella triplice veste di cittadini, ciclisti. Anzitutto: chi va in bici ha una bici propria ed anche se volesse sfruttare la costruenda pista ciclabile dovrebbe comunque arrivare in auto, perché sulla metro è vietato far salire biciclette.

La realtà è che le vere piste ciclabili, quelle che potrebbero indurre una minoranza a rinunciare all’auto si costruiscono dove la gente si muove per andare al lavoro, non dove va a divertirsi. Perugia ha il 70% del territorio comunale in pianura, ma le uniche piste ciclabili esistenti o finiscono all’improvviso nel nulla, in terra battuta e piene di buche e radici. Delle trappole.

Un ragazzo su due usa droga

Un ragazzo su due usa droga

Quasi un adolescente su 2 ha fatto uso di stupefacenti ed è proprio la scuola il luogo di maggior utilizzo delle droghe tra i giovani. Questi i dati che emergono da una ricerca scolta in 15 scuole superiori di Milano che ha coinvolto 2.300 ragazzi e ragazze.

Ieri in previsione dell’inizio di un altro anno accademico, è stata distribuita una circolare delle sfere alte della polizia che sollecita questori e prefetti a “disporre accurate misure di controllo” davanti agli istituti scolastici e nei luoghi di ritrovo dei giovani studenti per combattere “con la massima efficacia” lo spaccio di sostanze stupefacenti.

I risultati dello studio sono preoccupanti

Secondo lo studio, il 42% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni ha fatto uso di droghe: nella stragrande maggioranza dei casi, il 90%, si tratta di marijuana ma non mancano quelli che hanno già provato la cocaina, con un 20% che ha ammesso di aver sniffato nell’ ultimo mese.
Un altro elemento confermato dalla ricerca è che il consumo di stupefacenti è spesso indotto. O comunque favorito dall’emulazione.
Il 90% di chi usa droghe lo fa con amici, con una frequenza media dichiarata di oltre nove volte al mese.
Il 55% dice inoltre di usare stupefacenti “quando me li offrono”, mentre non sembra che vi sia un problema finanziario: solo il 25% dei giovani milanesi afferma di utilizzare droga “quando ho i soldi per comprarla“.
Infine, emerge che il luogo dove gli adolescenti consumano più spesso gli stupefacenti è proprio la scuola.
Il 34% dice infatti di utilizzarli all’ interno dell’ istituto che frequenta con una media di 7 volte al mese, il 27% ne farebbe uso in discoteca per oltre 4 volte al mese, il 17% a casa con una media di oltre 8 volte al mese.
E sempre in tema di scuola, ma passando sul fronte sindacale, un gruppo di studenti ha organizzato per il primo giorno di scuola proteste contro le riforme in oltre 30 città italiane.
Studenti.net chiede ai partiti e sindacati di impegnarsi “per scongiurare la distruzione del sistema pubblico e l’abbassamento della qualità della scuola”.
Fra le iniziative di protesta in programma, a Milano, ma anche a Torino, Napoli e Bologna saranno celebrati i funerali della scuola pubblica: gli studenti porteranno il lutto al braccio e distribuiranno volantini “in cui si chiede l’unità di studenti ed insegnanti per la salvezza dell’istruzione”.