Perché le tasse sulla casa sono le più odiose

Perché le tasse sulla casa sono le più odiose

“La mia casetta è piccola / ma dentro si sta bene / di fuori il vento sibila / lo sento, eccolo, viene, / ma il vecchio muro mormora / «O vento, cozzi invano / son rozzo ma son solido» / e il vento va lontano. / E pioggia e neve e grandine / flagellano le mura / ma la casetta impavida: / «Son vecchia ma sicura»”. Già da questa semplice filastrocca del primo Novecento, probabilmente attribuibile ad Hedda – pseudonimo di Lucia Maggia, poetessa e scrittrice di testi scolastici – ci si rende conto di come la casa non sia solo una costruzione destinata all’abitazione dell’uomo, un bene materiale o un investimento, più o meno proficuo. Essa infatti assomma in sé una grande quantità di simboli e significati, ed è molto più di un arido assemblaggio di muri, tetti e porte.
La casa è innanzitutto il luogo, fisico e spirituale, che condensa l’esperienza della familiarità, dell’accoglienza (di qui l’espressione “essere di casa”) e dell’intimità; è il porto sicuro per eccellenza (di qui l’espressione “sentirsi a casa”); è, insieme alla famiglia, la prima, piccolissima patria; è il focolare sacro agli affetti domestici; è un regno in miniatura in cui ci si sente al contempo padroni e protetti, proprio come nella filastrocca di Maggia. Non a caso, quando sventuratamente le mura domestiche vengono violate da un furto, la sensazione che si percepisce è quella di una violenza alla persona più che ai beni materiali.

La religione della casa

L’Italia ha la più alta percentuale in assoluto di proprietari di abitazioni. Secondo un culto risalente agli antichi Romani, nel nostro Paese esiste una vera e propria “religione” della casa, alla quale si attribuisce una molteplicità di sensi e di valori, tanto da farne un parametro affettivo e semantico (la metafora della casa è usata di continuo, dalla religione al calcio). La casa dà, ad esempio, il senso della storia. Della storia familiare, innanzitutto, come fiaccola che passa di generazione in generazione, come segno di continuità nel tempo. Si pensi alla casa del nespolo dei “Malavoglia” di Verga: non era certo “il più bel palazzo del mondo”, ma compendiava le virtù patriarcali e la fedeltà alla tradizione familiare; era il “monticello bruno”, come ha scritto Luigi Russo, “a cui tornavano ad aggrapparsi le formiche, dopo lo spasimo e il viavai della dispersione e della tempesta”; era la casa-calvario a cui Padron ’Ntoni e gli altri si erano affezionati per le stesse pene che erano state necessarie per costruirla. Ma la casa dà anche il senso della nostra storia politica e della difficile nazionalizzazione degli italiani. Si pensi alle esperienze, ideologicamente lontane eppure coincidenti nel significato, della Casa del fascio e della Casa del popolo.

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La casa e le tasse come emblema del sacrificio

Al di là della comodità, della bellezza e delle sostanze necessarie per realizzarla, più o meno elevate, la casa racchiude in sé un notevole valore immateriale. L’abitazione comune è l’espressione concreta della fiducia e della stabilità: andarsene di casa o mandare qualcuno via di casa può significare la rottura definitiva di un legame umano.

Come si apprende fin da piccoli attraverso la fiaba dei “Tre porcellini”, costruire una casa comporta difficoltà, impegno e dedizione. Oggi più che mai, l’abitazione di proprietà sembra diventare un miraggio (tanto che quasi il 45% degli italiani entro i 34 anni vive ancora con i genitori ed un cospicuo 7% resta in famiglia fino a 44 anni). Quando però si riesce ad acquistarla, spesso attraverso interminabili mutui, la casa diventa l’emblema del sacrificio – cioè dell’atto sacro -, ed assurge ad antidoto, tangibile e simbolico, contro la precarietà del tempo presente.
La casa resta per gli italiani un bene assoluto, non negoziabile. Quando, come purtroppo accade sempre più spesso, un terremoto o un’alluvione la devasta, è come se, insieme ai mattoni, se ne andasse anche una parte di vita. Sull’abitazione non si scherza: i torbidi legati alla casa hanno gettato ombre sinistre su non pochi politici, da Scajola a Fini.
Con la Casa delle libertà e con l’abolizione dell’Ici, il centro-destra ha vinto le elezioni. Con le tasse sulla casa, al contrario, un governo si può giocare la propria credibilità. Un balzello sulle mura domestiche risulta più odioso di ogni altro prelievo fiscale: lo si è visto in questi giorni, mano a mano che la scadenza dell’Imu si approssimava (tra tante motivate polemiche) e si formavano – ai Caaf, alle poste o in banca – code di cittadini bofonchianti e dai volti ingrugniti. Siamo un popolo di “casalinghi proprietari”: colpire la casa significa colpire la stragrande maggioranza degli italiani non solo nelle sostanze ma negli affetti più intimi.

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