Perché la diplomazia vaticana crede in una nuova Onu

Perché la diplomazia vaticana crede in una nuova Onu

Che l’Onu, erede della vecchia e sfortunata Società delle Nazioni, sia da riformare, è sotto gli occhi di tutti. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che, ricordo, Francesco Cossiga riteneva un “ente inutile“, è formato da cinque membri permanenti (Usa, Russia, Francia, Regno Unito e Cina) e da dieci membri non permanenti, per aree geografiche e eletti per due anni, non immediatamente rieleggibili. Si tratta di tre seggi per l’Africa, due per l’Asia, due per l’Occidente, uno per l’area est-europea e due per l’America Latina. Nel lungo dibattito che, fin dal 1963, ha riguardato la questione della struttura del Consiglio di Sicurezza, il Cardinale  Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha detto una parola chiara e importante.

L’importanza di una nuova Onu

C’è l’idea, che certamente Parolin riprende e rielabora, di una linea di maggiore rappresentatività, che non si impone semplicemente ai “grandi della terra”, ma è un portato delle trasformazioni geopolitiche in atto. Come facciamo a ridefinire un’Africa intesa come un tutto, mentre, per esempio, il Sudafrica si manifesta come potenza regionale fino al centro del Continente Nero, il Regno alawita del Marocco emerge come potenza regionale maghrebina fino all’Atlantico, l’Egitto diviene un player centrale in Medio Oriente, attraverso il Sinai e Israele, come stiamo vedendo in questi giorni, gioca da solo e ha una geopolitica diversa dal suo tradizionale alleato, gli Usa? Qui non si tratta, come infatti afferma il Cardinale  Parolin, di “allargare l’Onu”, ma di renderla più efficace e adatta alla nuova configurazione delle tensioni dopo la “guerra fredda”.
La Cina è entrata nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu fin dalla sua formazione, nel 1945. Nel 1949, la vittoria della “Lunga Marcia” di Mao, messa in atto spesso dal Grande Timoniere contro i voleri del partito, fa passare le attribuzioni internazionali della vecchia Repubblica cinese alla struttura statale nata dalla straordinaria intuizione di Mao e del suo gruppo dirigente. Chiaro il senso: per l’Urss era un partito “fratello”, e lo sarà ancora per poco, per gli Usa era un modo di evitare la guerra in Asia, per Francia e Gran Bretagna la Cina era, molto probabilmente, una pedina da giocare già contro l’Urss. Oggi, tutto è cambiato, anche il peso specifico del Regno Unito e della Francia, che non sono più quelle nazioni, rispettivamente, del Piano “Unthinkable” contro i sovietici e la creazione del tridente gollista e nucleare “tous azimuts”.  I comunisti francesi votarono a favore dell’uscita di Parigi dal Comitato politico ristretto Nato, non comprendendo che si aggiungeva una variabile pericolosa al calcolo nucleare dei loro “compagni” sovietici.
Ecco, il Cardinal  Parolin sa benissimo, da uomo esperto  di relazioni internazionali quale é, che tutto questo mondo è finito, irrimediabilmente finito e, se manteniamo questa conformazione dell’Onu, collaboriamo alla sua ingloriosa fine. Che non serve a nessuno, malgrado le costanti polemiche contro l’Organismo di New York. Mai come oggi è infatti necessario un intermediario globale e credibile per dirimere le tensioni internazionali.

I punti fermi dei Cardinali

Monsignor pensa ad alcuni nuovi punti fermi: c’è oggi infatti una freddezza, pericolosa, aggiungiamo noi, rispetto alle crisi internazionali. L’esempio della Siria ci induce a pensare che, senza una nuova Onu, queste tensioni, spesso ferocissime, si incancreniscano. E quindi, secondo Parolin, divengano tensioni regionali senza nessun nuovo player di area capace o legittimato ad intervenire.
L’Onu della guerra fredda non può più funzionare. La pace, teologicamente, è non solo assenza della guerra, ma condizione di collaborazione fraterna tra i popoli e di comunicazione con Dio. Senza “Pacem in Terris”, o le linee innovative di Giovanni XXIII, con le  encicliche ricordate spesso dal Cardinale, non vi è il “contatto” tra Cielo e Terra che presuppone l’efficacia della grazia e della sua opera nella storia degli uomini. Il Cardinale lo fa notare riferendosi a Papa Francesco, che parla della Pace come della parola che giunge dalle schiere angeliche nella notte in cui nasce il Redentore.
Dono di Dio e responsabilità degli uomini, ecco cos’è la pace, e nulla, oggi è, più necessario di essa. Anche, ci sembra di capire dal Cardinale Parolin, si deve qui parlare della pace geoeconomica, finanziaria, tecnologica, produttiva perchè oggi, lo sa bene il nostro Cardinale, le guerre si fanno in tanti modi e tutti, salvo quelli tradizionali, invisibili. E, lo ricordiamo noi insieme al Cardinale Parolin, la Chiesa cattolica è una straordinaria presenza diplomatica, con 179 Stati, più l’Unione europea e l’Autorità nazionale palestinese. Bene, leggiamo tra le righe del Cardinale: chi è più significativo nel quadrante globale, il Vaticano o una media potenza, magari armata fino ai denti?
Ecco, dovremo pensare, e certamente il nostro Cardinale lo sta facendo da molto tempo, ad un Onu che rispecchia non i semplici Stati, piccoli o grandi che siano, ma le grandi potenze culturali e simboliche, le strutture internazionali che sopravvivono fin da quando quei 179 Paesi non esistevano, nemmeno “in mente Dei”.
Il diritto internazionale umanitario, come nota il Cardinale Parolin, è un’evoluzione naturale dello “ius ad bellum”, non è legato a valutazioni solo umanitarie del contrasto tra gli Stati, ma ha profonde radici nella storia giuridica che permea i diritti nazionali. E quindi si tratta di dotare l’Onu di strumenti operativi efficaci per queste nuove destabilizzazioni in atto, che nessuno vuole oggi controllare sul serio. Si veda ancora la questione, tragica, della Siria.
Le “coalitions of the willing” e le azioni solamente “umanitarie” post factum delle Nazioni Unite devono lasciare il porto a strutture Onu agili, ma pensate per evitare il conflitto e per chiuderlo non in una area regionale, come oggi, ma in un contesto semplicemente locale, prima che l’incendio si appicchi altrove, e oggi c’è tanta legna secca da ardere.

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L’Onu si doti di una struttura militare più ampia ed efficace

Penso qui, aggiungendo il mio pensiero a quello del Cardinale, che l’Onu si dovrebbe dotare di una struttura militare più ampia e efficace, con delle regole di ingaggio effettive, per passare dal “peacekeeping” e dal “peacenforcing”  ad una presenza credibile nei territori, credibile e quindi efficacemente  dissuasiva.
Nella linee che la comunità internazionale ha trovato per limitare gli armamenti e gli interventi armati, il diritto internazionale ha indicato  due criteri: l’“intervento umanitario” e il “diritto a proteggere”. Ma, aggiungiamo noi, se l’Onu rimarrà quella che è oggi, il Consiglio di Sicurezza potrebbe avere tutto l’interesse ad operare tardi, male, senza riconoscere l’aggressore dall’aggredito e, soprattutto, senza una linea strategica che vada oltre il momento del bisogno e dello scontro violento e visibile.
“Andare oltre” per salvare l’Onu è la linea della Chiesa cattolica
Occorre andare oltre e la Chiesa di Papa Francesco, e del Cardinale Parolin, vede giustamente nell’Organizzazione delle Nazioni Unite lo strumento per la riaffermazione, finalmente efficace, del diritto internazionale, che deve essere, siamo sicuri di leggere bene nei testi del Cardinale, non solo “post festum” ma anche preventivo. E non solo legato alle “grida manzoniane” di qualche entità globale. Perchè, se si accetta che l’Onu decada, allora entreranno nell’agone internazionale entità spesso pericolose, ma suadenti, adatte all’ideologia di massa attuale, e sarà quasi impossibile riportare la comunità internazionale, in modo non solo figurato, sulla “retta via”.

La cultura che favorisce la disgregazione globale

Un dato culturale poi ci trova, inevitabilmente, e non solo in quanto credenti, assolutamente d’accordo: c’è una cultura che favorisce la disgregazione globale, e il Cardinale Parolin la definisce con assoluta chiarezza: l’economia dell’esclusione, la cultura dello scarto, la cultura della morte. È la cultura di massa e la diffusione di modi di vita più o meno pericolosi che è oggi il nuovo terreno di lotta della comunità internazionale, senza peraltro dimenticare le vecchie guerre locali. Pensate se una “teologia”, si fa per dire, si proponesse di affermare l’assoluta legittimità internazionale di alcuni usi e costumi locali. Bene. Si accetterebbe l’incesto, l’assassinio rituale, la guerra continua contro il nemico (e questo è il caso del jihad) o l’eliminazione fisica dei malati e degli anziani. Il culturalismo spinto porterebbe anche a questo.

Un’entità globalizzatrice dei valori che fondano l’Occidente

E allora, dice il Cardinale Parolin, rafforzare e riformare un’entità internazionale globalizzatrice ma dei valori che fondano l’Occidente, laico o credente, e le straordinarie tradizioni umanistiche dell’Asia. Senza questo argine, questo paolino “kathécon” che ci protegge dal Male, non c’è salvezza e quindi c’è solo l’hobbesiano e primitivo “bellum omnium contra omnes”. L’economia dell’esclusione è quella, interpretiamo il Cardinale, che crocifigge interi popoli all’esclusione dall’economia produttiva, e dalla giustizia naturale che è anche sociale. La marginalità che diventa anche economia della scarsa sopravvivenza e della povertà materiale, morale, spirituale. È il “nemico di Dio e degli uomini” che si prende intere popolazioni riducendole ad una povera e innaturale vita degli istinti immediati, sempre da soddisfare con rabbia e violenza. La cultura dello scarto è quella che si infligge a tante popolazioni periferiche, che vivono di scarti materiali, ideologici, simbolici, di quel mondo occidentale che, finita la guerra fredda, non ha più interesse a colonizzarli.

L’Occidente e la cultura della morte

Anche l’Occidente e gran parte del mondo conosciuto sono ingabbiati dalla “cultura della morte” che è anche culto della distruzione di sè e degli altri, dell’offesa al proprio corpo, della malattia come salute “superiore”, dell’esaltazione di tutto ciò che, dalla notte dei tempi, è universalmente bollato come negativo, da Nostro Signore Gesù Cristo come da Confucio o dalle tradizioni buddiste o animiste africane. L’universalità del bene e della verità la conoscevano perfettamente  i soldati della Compagnia di Gesù, quando scoprivano, prima di ogni altro, le leggende delle tribù “indiane” del Nordamerica che parlavano di un Figlio sacrificatosi per il bene di tutti o di una Vergine sua madre, o si accorgevano che la parola degli aztechi per identificare l’unico Dio era “Teò”.
La legittimità della Chiesa coma Grande potenza del nuovo ordine mondiale
E dall’universalità dei valori primari e del loro tessuto storico viene la legittimità della Chiesa a parlare non solo come “Stato” presente su di un colle di Roma, ma come Grande potenza del Nuovo ordine mondiale che si sta formando. Gli altri parlano ormai solo di materia, la Chiesa di Cristo deve ancora parlare, a tutti, di quello che davvero conta: lo Spirito e la sua realizzazione nella storia.