Bike-sharing e car-pooling, le utopie anti-inquinamento

Bike-sharing e car-pooling, le utopie anti-inquinamento

Recentemente c’è stato un lodevole tentativo di affrontare di petto la questione dell’inquinamento atmosferico, con un convegno apposito che ha visto intervenire politici, medici (igienista, epidemiologo, pneumologo), ingegneri tecnici dell’Arpa e della Ministero. Un vero trust di cervelli, i quali hanno cercato, vanamente, di mettere insieme qualche soluzione. Missione fallita, perché oltre alla noia di dover ascoltare pesantissime relazioni quasi tutte autoreferenziali (i medici capiscono i medici, gli ingegneri gli ingegneri, eccetera…) che hanno fatto scappare progressivamente i ragazzi delle scuole superiori, invitati “per esser sensibilizzati”, il quadro dipinto era già ampiamente noto, come pure le vie di uscita, quasi tutte incartate dal sacro fuoco dell’utopia.

Tanto per sgomberare il campo da facili polemiche, diremo subito che la questione è così complessa e così planetaria che sarebbe sciocco pensare di vederla risolvere con un convegno. Di più: l’inquinamento ce lo siamo fabbricato noi cittadini con le nostre mani e dovremmo cercare di venirne fuori senza i supporti/palliativi della politica (targhe alterne), o le altre mirabolanti invenzioni dell’ultimo decennio (bike sharing, car pooling, car sharing…).

Avete mai visto cosa succede davanti alle scuole, elementari e medie soprattutto, all’ora di entrata/uscita? I genitori arrivano in macchina quasi davanti ai portoni, parcheggiano in doppia fila, sopra i marciapiedi, spesso fumano in auto, altrettanto spesso parlano al telefonino senza interrompere neppure per salutare i propri figli che arrivano bellamente con le cinture di sicurezza slacciate. Che esempio stiamo dando? Come pensate che cresceranno questi ragazzi?

car-sharing

Il mezzo pubblico come antidoto all’automobile

Si è molto parlato dell’uso del mezzo pubblico come antidoto all’automobile (nelle maggiori città italiane siamo a livelli record con quasi 70 ogni 100 abitanti), ma avremmo voluto chiedere a tutti gli intervenuti: chi di voi è salito in centro senza auto? E quanti di voi usano abitualmente autobus, treno o la metropolitana? Se fate la stessa domanda ai consiglieri comunali, oltre ad accusarvi di essere demagoghi e disfattisti, vi spiegheranno che loro per problemi di tempo usano l’auto. Tutti.

È evidente, insomma, che se noi adulti non cominciamo a dare il buon esempio, una volta per tutte, chi viene dopo di noi non solo proverà a rimediare, ma inquinerà senza scrupoli e senza sensi di colpa, anche solo semplicemente alzando di due-tre gradi il termostato del riscaldamento invece di mettersi un maglione in più.

Non sarà facile cambiare le nostre teste. Un esempio concreto: volete sapere che cosa ha detto uno degli intervenuti, un ingegnere del Centro Interuniversitario di Ricerca sull’Inquinamento da Agenti Fisici, nonché uno dei tecnici che ha appena predisposto il “Piano energetico e ambientale”? Parlando di “car pooling” cioè dell’utilizzazione di una sola autovettura, con più persone a bordo, per compiere un medesimo tragitto, la grande idea è la seguente: «Avvieremo un esperimento con i nostri studenti della facoltà di Ingegneria, consentendo a tutti coloro che attueranno il car pooling di avere un parcheggio riservato davanti all’ingresso…».

Capito bene? A ragazzi e ragazze di 19-23 anni non spieghiamo che se inquinano meno è meglio per tutti, non proviamo a fornirli di coscienza civile. No, li premiamo facendoli camminare di meno, nemmeno fossero vecchi con problemi di deambulazione. Si tratta della faccia della stessa medaglia di chi recapita i figli davanti al portone di scuola o di chi progetta strade senza marciapiedi. Evidentemente la maggioranza di noi è convinta che camminare faccia male e si regola di conseguenza dando cattivi esempi.

A cosa serve il car pooling

Quanto al car pooling, diciamo francamente le cose come stanno: con la benzina ormai a costi siderali chi si può organizzare non ha certo bisogno di ricorrere a fantasiosi nomi inglesi o pseudo-gratifiche. Si organizza e basta, studenti in testa che conoscono bene l’arte del risparmio.

A proposito di utopie e di inglesismi buttati là forse per gettare fumo negli occhi, merita un inciso anche il progetto bike sharing, che tradotto sarebbe bici da prendere in affitto a Pian di Massiano e dintorni. Cosa c’entra questo con l’inquinamento atmosferico? Nulla. È stato solo un escamotage trovato dalle amministrazioni comunali per vedersi finanziare dal ministero dell’Ambiente 400.000 dei 631.880 euro necessari. Evidentemente a Roma sono un po’ creduloni, ma sui soldi non ci si sputa e dunque via di buzzo buono ad allestire una cosa inutile, un percorso di 1400 metri con 20 bici elettriche a pedalata assistita (così si fatica di meno, a proposito di insegnamenti da tramandare ai figli).

Lo diciamo nella triplice veste di cittadini, ciclisti. Anzitutto: chi va in bici ha una bici propria ed anche se volesse sfruttare la costruenda pista ciclabile dovrebbe comunque arrivare in auto, perché sulla metro è vietato far salire biciclette.

La realtà è che le vere piste ciclabili, quelle che potrebbero indurre una minoranza a rinunciare all’auto si costruiscono dove la gente si muove per andare al lavoro, non dove va a divertirsi. Perugia ha il 70% del territorio comunale in pianura, ma le uniche piste ciclabili esistenti o finiscono all’improvviso nel nulla, in terra battuta e piene di buche e radici. Delle trappole.

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